La banda larga non è un vezzo tecnologico

6 Novembre 2009 di Pietro Monti

Sembrava strano ma vero, il ministro Renato Brunetta solo pochi giorni fa aveva promesso banda larga per tutti, da 2 a 20Mb entro il 2010 ma ora le dichiarazioni del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta sullo stesso argomento, hanno spento le aspettative.

Gli 800 milioni (poco più della metà di quelli stanziati!) che da luglio attendevano il via libera dal Cipe sono stati “congelati” dal governo: «la crisi – ha spiegato Letta – ha cambiato l’ordine delle priorità dell’esecutivo». «L’occupazione – ha precisato Letta - è la nostra principale preoccupazione. Una volta usciti dalla crisi si potrà riprendere l’ordine della priorità, e la prima sarà la banda larga».

Come si può non capire che la crisi si supera proprio con l’innovazione? Che la banda larga non è un semplice internet più veloce, non è un vezzo tecnologico ma è un volano strategico per la crescita del paese? Non solo per il digital divide ma per creare opportunità e sviluppo economico e quindi occupazione di qualità.

Da una ricerca dell’osservatorio Between (http://www.osservatoriobandalarga.it/ ) risulta che il 50% degli italiani non ha mai messo mano ad un computer, l’80% è senza banda larga e l’infrastruttura portante non regge più il crescente carico di dati. La velocità reale delle attuali connessioni cosiddette veloci è meno della metà di quella promessa dagli operatori e la Fondazione Ugo Bordoni (http://www.fub.it/)  svilupperà un software per consentire a ciascun utente di testare la propria connessione e i dati saranno “pubblici” .

Che la banda larga porti sviluppo l’hanno capito tutti. La UE ha stimato quest’anno che la banda alrga porterà un milione di posti di lavoro fino al 2015 ed una crescita dell’economia europea di 850 miliardi di euro. Le aziende diventano più competitive perchè riescono a lavorare più rapidamente, i costi di viaggi e trasporti diminuiscono, scendono le spese della PA e aumenta il risparmio energetico (fonte L’Espresso).

La differenza di atteggiamento con gli altri Paesi europei, dove ci sono da anni piani nazionali per portare banda larghissima a 50-100 Megabit , è abissale: al 75% delle case entro il 2014 in Germania; a 4 milioni di case nel 2012 in Francia (che investirà 10 miliardi di euro cioè circa 10 volte tanto quello che prevedeva il nostro minipiano). Per la stessa ragione, la crisi, per cui l’Europa spinge i governi ad investire nella banda larga, in Italia si fa l’opposto, si congelano i soldi (neanche si dirottano!) per quando potremo permettercelo.

Purtroppo lo scenario nazionale è sconfortante: guerra alla tv satellitare, nessun investimento nelle infrastrutture di rete, anatemi contro i social network. La miopia di non cogliere il valore della rete in termini di sviluppo è stato sempre un fattore comune ai diversi governi che si sono succeduti. Ma ora la sensazione è proprio quella che siamo condannati a concepire l’innovazione e la crescita di questo paese solo come un fatto televisivo ed apapre quindi normale che tutti gli sforzi vadano nello switch-off del digitale terrestre.

Decentramento: abituare a decidere

9 Settembre 2009 di Pietro Monti

di Antonio Tommaso

decentramentoAlla fine degli anni ’90 entrò prepotentemente alla ribalta del dibattito politico nazionale il tema della relazione tra poteri centrali e periferici. La periferia, sostenuta dalla pubblica opinione, iniziò a reclamare maggiore autonomia di governo e maggiore controllo nell’impiego delle risorse finanziarie generate dall’economia locale. Questo processo nel tempo si è sviluppato e ha consentito di ridisegnare i rapporti di forza tra poteri, che sono oggi differenti rispetto a dieci anni prima.

Di riflesso anche alcune amministrazioni iniziarono a ripensare se stesse studiando ipotesi di decentramento. Non è ben chiaro – almeno a me – se questi tentativi fossero sostenuti da un reale convincimento riguardo ai benefici ottenibili con la nuova organizzazione delle responsabilità. Non sempre infatti avviare un progetto significa desiderare che il progetto avviato giunga a compimento: è possibile che si avvii con il desiderio che fallisca, per rafforzare lo status quo.

Sia detto qui per inciso: “rafforzare lo status quo” non è detto che sia sempre un male e quindi le affermazioni precedenti non costituiscono una critica o un elogio di determinate modalità di governo di una amministrazione. E’ forse uno dei mali dei nostri tempi quello di usare le parole non per descrivere, per definire, ma piuttosto per elogiare o per criticare. Il risultato che si ottiene è quello di orientare la volontà alla ricerca del consenso invece di orientare l’intelligenza alla ricerca della verità delle cose. La stessa sigla “2.0” non sfugge a questa logica: dire che una cosa è “2.0” significa ormai farle un complimento. >>>>> Leggi il seguito di questo post »

Pianosa: un’isola, tanti progetti

24 Agosto 2009 di Pietro Monti

Agosto, tempo di vacanze e di mare, almeno per me. Pianosa è un isola al largo delle coste della Toscana, da sempre  conosciuta come luogo di detenzione, l’Alcatraz italiana.

Dai tempi del Granducato di Toscana, passando per Napoleone fino agli anni del confino fascista (anche Sandro Pertini fu illustre “ospite” dell’isola), gli anni di piombo e della lotta alla Mafia, l’isola è stata un luogo di detenzione, di recupero o carcere di massima sicurezza. A seconda dei tempi e delle necessità. Il muro di cemento armato, il cd “muro Dalla Chiesa”, che circonda la splendida spiaggia di Cala pianosa muro dalla chiesaGiovanna è un colpo al cuore per il visitatore che arriva dal mare e l’entrata nella zona della colonia penale agricola sembra l’entrata di Jurassic park, con il suo grande portone di ingresso e la recinzione a prova di dinosauro.

Il piccolo paese con le sue case, dove una volta vivevano i “civili”, con i suoi vialetti, il porticciolo, gli edifici storici, è qualcosa di spettrale: c’è la farmacia, la scuola, il municipio, l’ufficio postale, perfino l’agenzia viaggi To.RE.MAR. Tutto chiuso, tutto abbandonato. Sembra di passeggiare dentro un set cinematografico.

Il 1871 fu l’anno in cui iniziarono i lavori che resero così elegante la struttura architettonica di Pianosa. L’isola divenne un modello di colonia agricola penale, dove i reclusi venivano rieducati attraverso il lavoro dei campi. pianosa anticaErano i tempi in cui l’Isola era famosa per la ricchezza delle sue falde ed era meta per i rifornimenti delle navi che facevano rotta nella zona. Di tutto ciò oggi non è rimasto più nulla, c’è solo un deserto e le falde acquifere si sono completamente esaurite. Adesso l’acqua deve essere portata con le navi cisterna, non ci sono più coltivazioni, ed il territorio appare molto degradato, è un’immagine ben lontana dal paradiso naturalistico che qualcuno potrebbe immaginare pensando agli attuali vincoli e divieti su tutta l’area.

Ma non voglio scrivere della storia di Pianosa, ci sono tantissime pubblicazioni in rete tra cui segnalo http://www.pianosa.net/storia.htm oppure quella dell’”Associazione per la difesa dell’Isola di Pianosa”  http://www.associazionepianosa.it/storia/piratinapoleone.asp .

pianosa porticcioloCon questo post volevo solo raccontare dei tentativi da parte di alcuni soggetti pubblici (Regione Toscana, Ente parco, Provincia di Livorno, comune di Campo dell’Elba), di riqualificare l’isola, introducendo un turismo “controllato”.  >>>>>>

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Trasparenza: come sostenere la “rivoluzione culturale”

30 Luglio 2009 di Pietro Monti

di Elvira Goglia

trasparenzaRiprendo il discorso avviato con “Cominciamo a parlare di trasparenza”. Lo faccio a partire dalle argomentazioni di Antonia d’Elia, in un post molto interessante su  essere o non essere web 2.0, questo è il dilemma! della PA.

La trasparenza è l’asset principale della rivoluzione culturale nella pubblica amministrazione, anche per le ragioni richiamate da Antonia d’Elia, con l’affermazione secondo cui “comunichiamo ciò che siamo”, figlia della  famosa asserzione “non si può non comunicare”.

Cosa comunica un’Amministrazione opaca, pigramente nascosta sotto procedure lente e misteriose, i cui esiti sono imprevedibili, sia nei tempi che nei contenuti, le cui motivazioni rimangono del tutto inspiegabili? Comunica  una indisponibilità a render conto del proprio operato alimentando una percezione negativa, in alcuni casi non corrispondente alla realtà. Diversamente, un patto di servizio chiaro, la rendicontazione puntuale del rispetto di quel patto (o del non rispetto, per motivi giustificati e quindi ostensibili), fa di un’Amministrazione un interlocutore onesto e affidabile verso i suoi utenti, verso la comunità, verso il sistema politico.

Carlo Biasco, in questo blog,  parla di “autogestione”, proponendo il caso di una richiesta/dichiarazione (polizza, nell’esempio) gestita direttamente dall’utente. E’ già questa una “rivoluzione”, in buona parte realizzata dal Fisco e da altre Amministrazioni, non ultimo da Inail. L’ulteriore importante passo avanti  in questa direzione è la cooperazione applicativa. E tuttavia, mi sembra trattarsi di quello che Antonia d’Elia definisce un “bisogno di base verso la PA”. 

La sfida dell’introduzione del web 2.0 nella PA credo parta proprio dalla consapevolezza che questi “bisogni di base”, ancorché da più parti ancora negati, siano solo il primo livello della “scala di Maslow” (sui bisogni dell’uomo-cittadino)… poca cosa in un mondo dell’economia globalizzata e dei nuovi assetti sociali, dove urgono sforzi di innovazione ben più complessi! La posta in gioco non è  solo semplificare e migliorare la qualità dei servizi pubblici, la loro accessibilità ed economicità (per questo non occorrerebbe scomodare il web 2.0), quanto affidare alla Pubblica Amministrazione, in una rinnovata concezione dell’intervento pubblico, un ruolo etico di regolazione economica e sociale, di incremento della qualità della democrazia, di redistribuzione della ricchezza e di promozione delle pari opportunità di accesso alla conoscenza, allo sviluppo economico, sociale e culturale da parte di vaste aree della popolazione.   >>>>>>> Leggi il seguito di questo post »

L’evoluzione degli Uffici Comunicazione

26 Luglio 2009 di Pietro Monti

ComunicazioneLa gestione dei social network, la partecipazione attiva, la riorganizzazione dei Portali in ottica 2.0 e l’avvento del web semantico, possono svilupparsi senza una rivisitazione del ruolo degli Uffici e delle Direzioni che gestiscono la Comunicazione all’interno delle grandi organizzazioni pubbliche? Quali sono le competenze anche professionali per affrontare, gestire e favorire l’innovazione?

Premessa 

I social network ed i portali a vocazione 2.0 sono sistemi complessi e, come tali, hanno un altissimo livello d’imprevedibilità. Un network può essere un prodotto, ma è sempre allo stesso tempo un esperimento sociale, psicologico e tecnologico. Implementare un social network o riprogettare un Portale in ottica web 2.0, non significa automaticamente un successo. Quello che può essere davvero considerato un successo è riuscire a costruire un’organizzazione che prenda decisioni collettive, che scriva contenuti in modo collaborativo, ma che soprattutto aumenti l’intelligenza collettiva.

La quantità di fattori in gioco, di feedback e di reazioni individuali, rendono previsioni e controlli quasi impossibili. È il fattore umano, quindi, a determinare il successo o meno del processo dell’innovazione per la creazione di valore. Quello che fa la differenza è il grado di partecipazione, collaborazione e condivisione sia nella creazione dei contenuti sia nella stessa progettazione dei servizi.

Le funzionalità targate 2.0., anche le più innovative, perdono quindi di significato se non riescono a penetrare il tessuto sociale e se non sono messe al servizio di contenuti e servizi mirati agli effettivi bisogni funzionali dei visitatori. D’altra parte, sono proprio il fattore umano e la maturità culturale che permettono la partecipazione e la condivisione di informazioni e, quindi, il successo di un processo di innovazione.

La partecipazione non è un risultato scontato neanche all’interno di una intranet. Qui, infatti, entrano in gioco dinamiche sociali, paure e resistenze legate soprattutto all’appartenenza a una comunità strutturata e spesso fortemente gerarchica. La paura di bloggare di alcuni dipendenti e dirigenti, ad esempio, può essere dovuta al timore reverenziale che si ha per i propri superiori, il timore di contraddirli o, peggio, di mettere a rischio la propria o altrui immagine condividendo informazioni con i colleghi. Spesso la paura non è solo nel bloggare ma perfino nel non mostrare i blog altrui, neanche quando parlano della propria organizzazione.   >>>>>  Leggi il seguito di questo post »

“Diritto alla rete”

15 Luglio 2009 di Pietro Monti

http://dirittoallarete.ning.com/
Adesione all’appello di Diritto alla Rete contro il DDl alfano che imbavaglia la Internet italiana.SCARICAILLOGOEPUBBLICALO

Trasparenza “not found”

3 Luglio 2009 di Pietro Monti

operazione trasparenzaCome faccio ormai di frequente, volevo farmi un giro nel sito del Ministero per la PA e l’Innovazione  ma quando sono arrivato nella home page ho visto in risalto l’”Operazione Trasparenza”. Va detto che il sito del Ministero ha la bellissima usanza di sostituire la propria home page con l’ultma notizia da mettere in risalto. Ormai giro in quel sito come affezionato lettore da parecchio tempo perché trovo le notizie più preziose in termini di innovazione ma a volte anche i messaggi più preoccupanti in termini di “cultura del lavoro”, ma tant’è…. .

Devo dire che mi da un pò fastidio quella piccola foto sulla sinistra che riporta la scritta “via i fannulloni” sul  “Muro a lato dell’entrata delle Poste centrali di Milano “. fannulloniNon perché sembra far trasparire il desiderio di dire che “la gente mi ama” ma perché continua a spargere quel senso di criminalizzazione dei lavoratori pubblici che non è certamente l’ingrediente più adatto per la crescita della coscienza civica di questo paese. La foto della manifestazione sindacale sulla destra, che sembra messa a posta per “controbilanciare”, ha tutt’altro peso perché in una democrazia moderna un Ministro “deve” sempre essere “criticato”, con i canali ed i modi propri di un paese civile, ma pur sempre “criticato“! Guai se così non fosse!

Insomma volevo entrare per visualizzare l’elenco dei consorzi e delle società a partecipazione  pubblica come previsto dalla legge Finanziaria 2007 http://www.innovazionepa.it/ministro/ministro_brunetta/6264.htm  ma ….. acc… “page not found”.

Ho provato ad entrare nell’”archivio notizie” http://www.funzionepubblica.it/ministro/salastampa/notizie/6047.htm ma neanche da qui è stato possibile visualizzare l’elenco dei consulenti http://www.funzionepubblica.it/ministro/trasparenza/incarichi_2009/Incarichi_consulenti.htm .

Peccato, sarà per un’altra volta. Adesso è notte fonda, probabilmente quando leggerete questo post la pagina sarà stata riattivata ed i tecnici del ministero avranno sicuramente risolto il problema. Ma per il momento di trasparenza neanche a parlarne ;-)

Vi riporto comunque la nota del portavoce del ministro Brunetta, pescata in rete: «la banca dati contiene le informazioni riguardanti la misura della partecipazione, la durata dell’impegno, l’onere complessivo a qualsiasi titolo gravante per l’anno 2009 sul bilancio dell’amministrazione, il numero dei rappresentanti dell’amministrazione negli organi di governo, nonché il trattamento economico complessivo a ciascuno di essi spettante».

Tornando alla “Trasparenza” ogni volta che sento questa parola mi corre un brivido lungo la schiena. >>>> Leggi il seguito di questo post »

Facciamo autogestione?

22 Giugno 2009 di Pietro Monti

di Carlo Biasco

Autogestione dei dati e dei processi 

Vari articoli (e relativi commenti) negli ultimi tempi hanno trattato del tema dell’innovazione della P.A.. Fermi restando i discorsi sulle leaderships forti, in grado di avere una vision sull’innovazione, sarebbe auspicabile già che in questo momento (e forse da questo punto di vista, la situazione è propizia) ci sia una leadership tesa a sposare l’innovazione spontanea.

Il tema da percorrere, secondo me, è senza dubbio quello del servizio “just in time” per l’utenza, che dovrebbe autogestire le proprie richieste alla P.A., fruendo con modalità più interattive delle attuali dei servizi messi a disposizione dalle organizzazioni stesse.

Dal lato dei rapporti con l’utenza esterna, sarebbe ipotizzabile che l’utente, analogamente a quanto avviene oggi se si vuole acquistare sul web una polizza assicurativa, possa autodeterminare il servizio richiesto, mediante la compilazione guidata di alcuni campi, lasciando al Portale pubblico il mero compito di verificare la coerenza delle dichiarazioni espresse con quelle contenute in altre banche dati, utilizzando e valorizzando la cooperazione applicativa (SPC). Leggi il seguito di questo post »

PA 2.0: essere o non essere, questo è il dilemma

15 Giugno 2009 di Pietro Monti

di Antonia d’Elia

essereononessereL’indagine Amministrare 2.0 realizzata da PanelPA qualche mese fa ci restituisce in cifre una Pubblica Amministrazione che tarda a imboccare le nuove strade del web: “il 76% di chi negli ultimi mesi si è collegato al sito web di una pubblica amministrazione lo ha fatto per ricevere informazioni”, “il 47%  pensa che la diffusione di strumenti web 2.0 nella PA locale è ferma ancora ad uno stadio di sperimentazione limitato ad alcune realtà” e “il 52% ritiene che ad ostacolare la diffusione di questi sistemi sia soprattutto una resistenza di tipo culturale, più che le difficoltà organizzative, l’insensibilità politica o la complessità tecnologica”. “Solo il 12% del campione ipotizza che i cittadini avrebbero più voce nella gestione della cosa pubblica, qualora la PA adottasse soluzioni 2.0, mentre il 71% si ferma a uno step meno avanzato e parla di una maggiore immediatezza nei rapporti cittadino-istituzione”.

Questi numeri parlano, dunque, di cittadini che esprimono ancora  bisogni di base verso la PA, cittadini cioè  la cui prima preoccupazione è ottenere informazioni. Non ci pensano proprio a proporsi in modo attivo, a partecipare, a fare insomma i prosumer. Aggiungo io: forse perché ottenere informazioni chiare ed esaustive è già una bella sfida. Leggi il seguito di questo post »

E se Facebook fosse l’imborghesimento del web?

2 Giugno 2009 di Pietro Monti

di  Marco Stancati

E se Facebook fosse l’imborghesimento del web? O, per meglio dire, l’uso prevalente che si fa di FB. Arrivo dopo una serie di commenti (al post “vietato chattare) e quindi ho il vantaggio di essermi arricchito delle riflessioni di chi mi ha preceduto e posso lanciare questa provocazione.

Cominciamo con il ricordare che anche in moltissime aziende private è impedito l’accesso dalla rete aziendale ai Social Network e alla Blogosfera. Quindi non è un problema dei soliti oscurantisti del settore pubblico. Forse stupirà qualcuno sapere che anche nelle aree deputate all’innovazione e alla creatività, leggasi agenzie di pubblicità e boutique creative, è arrivato in maniera diffusa il medesimo stop.

Fughiamo un possibile equivoco di fondo: “enterprise 2.0” non vuol dire che un’azienda consente l’uso generalizzato, continuo e personalistico della rete aziendale ai suoi collaboratori. Bensì che l’azienda, sul fronte del rapporto con il mercato, ha fatto del dialogo interattivo con i suoi clienti una strategia e che accetta regole e strumenti del social networking e, sul versante della comunicazione interna, dà spazio al Knwoledge Sharing importando nella Intranet gli strumenti  finalizzati alla costruzione comune del patrimonio aziendale di conoscenze. Leggi il seguito di questo post »