Il Web 2.0 e l'innovazione nella PA

"La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato in altri progetti” (J.L.)

Azienda 2.0, quanto sei bella dentro?

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la comunicazione d’impresa tra nuove tecnologie e antiche suggestioni

 di  Marco Stancati

La rivoluzione digitale ha investito la comunicazione e l’ha obbligata a ripensarsi. L’interconnesione costante ha alterato alcuni ritmi comunicativi e il rapporto tra approfondimento, riflessione ed esternazione. I blog sono diventati quasi un’unità di misura dell’identità digitale delle persone e delle aziende. I social Network hanno spiazzato gli uomini di marketing: quello che si dice nelle comunità sulla rete può amplificare o distruggere una costosa campagna pubblicitaria e, soprattutto, può esaltare o danneggiare un prodotto, un servizio, l’immagine di un’azienda.

key_id304145_size480Anche nella comunicazione interna il modello trasmissivo mostra i suoi limiti, ma il passaggio a un più adeguato modello inferenziale turba i sonni di Ceo e Manager che si dichiarano convinti cittadini del Web 2.0 ma rimpiangono talvolta la filosofia esistenziale e comunicativa del Marchese del Grillo ([1]).

 Povero manager vissuto per anni su una certezza: ho più informazione dei miei collaboratori, quindi ho più potere. Internet all’esterno e la Intranet all’interno delle imprese hanno rivoluzionato la mappa del potere informativo in azienda, attraverso un processo di diffusione in tempo reale di dati, documenti, conoscenze. E il manager si trova a dover fare il suo vero mestiere, ma che raramente ha fatto finora: non più il dispensatore d’informazione ma il facilitatore dei processi di condivisione e d’implementazione del patrimonio di conoscenze in azienda. Il suo status gli sarà riconosciuto d’ora in avanti, in virtù della sua capacità di garantire la costante riorganizzazione della struttura che gli è affidata; riorganizzazione finalizzata al miglior servizio possibile ai clienti o agli utenti. E per far questo ha bisogno di flussi comunicativi bidirezionali, di una comunicazione interna senza soluzione di continuità con quella esterna.     >>>>>

Nell’era della Knowledge Economy al manager si chiede di valorizzare l’innovazione locale e quella prodotta dal basso e, ancora prima, deve imparare a riconoscerla.

La rivoluzione digitale ha infatti facilitato un’importante salto culturale: nelle aziende non ci sono “Dipendenti” ma “Persone”. E il manager ha un nuovo pressante obiettivo: liberare le energie e coinvolgere i talenti interni. Talenti che gli torneranno utilissimi perché il manager deve lavorare, sempre più frequentemente, con circuiti informali e distribuiti, le cosiddette metastrutture: i modelli organizzativi formali, che evolvono con lentezza, sono infatti troppo rigidi per rispondere alle esigenze di flessibilità poste da obiettivi di mercato in continua evoluzione.

Gli si chiede insomma di essere un manager 2.0. “Ma io sono un manager umanista, sono antico!” ha opposto uno di loro in un recente dibattito. Spietata la replica: “Se fosse vero non avrebbe problemi, perché era un sistema costruito intorno alla centralità dell’uomo e alla sua capacità di trasformare il mondo!”.

 È vero: si confonde spesso il dato tecnologico con il dato concettuale, che è una caratteristica dei vecchi (di spirito) non degli antichi. Il leggendario Artù e poi gli umanisti del Rinascimento, infatti, erano consapevoli (cioè lo predicavano e lo praticavano) dell’importanza prioritaria della relazione: “prima delle carte da firmare, ci sono Persone da ascoltare” potremmo sintetizzare oggi.

E questo è particolarmente vero all’interno della PA la cui riforma non sarà resa possibile dalla ormai troppo enfatizzata “guerra ai fannulloni” ma dalla capacità di stabilire un clima  che motivi a fare, ad essere Persone responsabili di funzioni e non Dipendenti che devono rendere conto dei compiti fatti. Ma qualsiasi Amministrazione Pubblica, al pari di qualsiasi azienda, prima di attaccarsi addosso il marchio di qualità 2.0 e farsi “bella fuori” deve chiedersi quanto è “bella dentro”: quanta partecipazione costruttiva assicura alle Persone, cioè al suo potenziale più importante? La risposta ad oggi è ancora deludente. I conti ancora non tornano, i tornelli sì.

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[1]  “ ..perchè io so’ io, e voi non siete un cazzo!”  Alberto Sordi, nella parte del Marchese del Grillo, nell’omonimo film di Mario Monicelli del 1981

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Questo articolo di Marco Stancati è la sintesi, rielaborata dal medesimo autore, di un suo scritto che fa parte de “L’opinione degli Italiani” di Nicola Piepoli (pubblicato di recente da Franco Angeli).
Marco Stancati è docente di “Comunicazione interna ed Intranet” e “Pianificazione dei media ”  presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione della `Sapienza` di Roma.

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Written by Pietro Monti

23 febbraio 2009 a 12:14 AM

7 Risposte

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  1. Ipse dixit (Salvatore Veca e Francesco Alberoni – L’altruismo e la morale – Garzanti 1988): <>. Penso che web 2.0 nella sua potenzialità universalistica possa promuovere quel salto della morale collettiva auspicato dal filosofo già 20 anni fa: il Chiunque della rete pubblica è il cittadino anonimo titolare di diritti e anche il vecchio Dipendente, ormai cittadino della sua organizzazione, titolare degli stessi diritti del suo capo/manager che non detiene più il Potere dell’informazione. E’ questione di democrazia reale.

    Elvira

    23 febbraio 2009 at 10:00 PM

  2. Riporto la citazione che è stata azzerata tra le virgolette:
    In quanto fondata sull’impulso, la morale italiana è particolaristica. Non riesce a porsi il problema di rivolgersi a tutti o a Chiunque […] IL Chiunque è tutti gli altri singolarmente presi e, quindi, anch’io nello stesso modo…. Non sono le solidarietà collettive che mancano in Italia. Manca quel particolare prodotto della ragione morale che è l’individuo chiunque.

    Elvira

    23 febbraio 2009 at 10:03 PM

  3. Condivido quello che dice il prof. MS anche perchè lui nelle aziende c’è stato. Io da poco e sto riscontrando step by step che è…proprio preciso.
    Elvira, già scrivi complicato. se poi salti pure i pezzi…

    franco82&altro

    24 febbraio 2009 at 7:30 PM

  4. Credo che non sia stata colpa di Elvira se è saltato il commento. Se la citazione fosse rimasta virgolettata, il suo commento avrebbe avuto una continuità e quindi una maggiore leggibilità. Comunque mi sembra evidente che proprio all’interno del mondo del lavoro, in Italia, più che altrove (prendendo come riferimento il mondo occidentale) c’è una involuzione morale del “lavoro”. E’ solo colpa del precariato, del clientelismo diffuso, delle regole costantemente violate? Sicuramente, ma forse c’è dell’altro e non può essere solo colpa di “lor signori” (anche perchè “lor signori” ce li abbiamo fatti diventare noi).
    Forse per ritrovare il “Chiunque” e quindi una morale “non fondata sull’impulso”, dovremmo riportare al centro anche il “lavoro” e non solo i “clienti” 😉

    Pietro

    25 febbraio 2009 at 7:21 PM

  5. Provo a spiegarmi meglio (evitando di usare le virgolette). Il Chiunque di cui parla il testo che ho citato è l’opposto del cosiddetto familismo amorale. Una cultura etica del servizio pubblico (di tipo nord europeo, ad esempio) presuppone che l’erogazione sia indirizzata al cittadino in senso generale (il Chiunque), e non ad una determinata persona in virtù della sua appartenenza al mio universo di conoscenze e di familiarità, o peggio perchè io (da gestore della cosa pubblica) gli faccio concessione di un bene (il servizio) a lui indisponibile. Credo che il web 2.0 sia la piattaforma giusta per un accesso universalistico al servizio pubblico, profondamente paritario (nelle opportunità) e democratico davvero, al punto di fondere il consumatore del servizio con il suo produttore (il cosiddetto prosumer). E’ più chiaro?
    Sulla questione cruciale del lavoro che ha introdotto Pietro intervengo domani.

    Elvira

    25 febbraio 2009 at 9:48 PM

  6. Sinceramente penso che stiamo caricando il 2.0 di troppe aspettative e poca memoria. La tecnologia aiuta ma non sostituisce gli approcci culturali. Ha ragione Stancati quando dice che Artù era 2.0, gli Umanisti erano 2.0 perchè condividevano e costruivano insieme la conoscenza collettiva. Nell’attuale deserto della partecipazione sociale stiamo ipotizzando una tecnologia di per se stessa partecipativa. No, non funziona così.
    Grazie comunque per aver postato cose stimolanti.

    Passopasso

    26 febbraio 2009 at 7:47 PM

  7. Ovvio che la tecnologia non sostituisce gli approcci culturali, ma rimane il problema di come cambiare quelli esistenti. Se, e quando, la tecnologia (le ICT, io direi) prende piede, allora vuol dire che il cambiamento è già avviato: occorre capirlo, in quel momento, e favorirne la diffusione… un po come soffiare sul fuoco!
    Essere 2.0 puo essere degli Umanisti, piuttosto che degli Illuministi, in senso culturale generale, ma la concreta diffusione dei sistemi e delle logiche 2.0 richiede la comprensione di un era, la nostra, che è radicalmente diversa. Sono davvero convinta che può diventare un grimaldello per rimuovere antiche resistenze al cambiamento, soprattutto nella pubblica amministrazione. Step by step, Passopasso!

    Elvira

    28 febbraio 2009 at 7:22 AM


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