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Social Network: i motivi di un successo

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di Antonio Tommaso *

Da qualche tempo sono anch’io un utente di Facebook. Lo sono da quando una mia amica mi ha raccontato di essere socialnetriuscita a ritrovare grazie a Facebook i suoi vecchi compagni di scuola. Anche a me piacerebbe, ho pensato … e quindi mi sono profilato ossia mi sono presentato al network. Ma non ho fatto soltanto questo. Ne ho parlato con altri amici che non lo conoscevano. Facebook – ho detto loro – è uno strumento utilizzato per creare relazioni tra persone. Ognuno può presentarsi al network gratuitamente descrivendo se stesso: i suoi interessi, gusti, pensieri, valori e anche stati d’animo. La descrizione di sé si può arricchire con musica, foto, video. Tra le milioni di persone profilate ci sono anche persone famose ed è possibile conversare con loro.

Milioni di persone? – mi sento dire. Come può una cosa del genere attirare milioni di persone?

Questa domanda mi ha incuriosito e mi ha spinto a interessarmi maggiormente dell’argomento. Ho scoperto che esistono numerose analisi complesse di tipo sociologico e anche psicologico, più o meno interessanti. Il mio intento è quello di focalizzare i termini della questione considerando due punti di vista.

Il primo: questi media sono strumenti vincenti perché riescono a soddisfare bisogni delle persone altrimenti insoddisfatti.

La natura sociale della persona è fondata infatti sul bisogno: bisogno di chiedere cose che non si hanno (o che non si conoscono) a chi le possiede e anche bisogno di dare per avere una misura “oggettiva” del valore di ciò che si possiede o di ciò che si è. Ogni persona è in cerca di luoghi in cui i suoi bisogni (di dare e di ricevere) siano soddisfatti.

Nel 2006 Danah Boyd rese pubblici i risultati di uno studio condotto negli anni precedenti  sui motivi dell’utilizzo di MySpace da parte dei giovani di età compresa tra i 14 e i 24 anni negli Stati Uniti[1]. Tra le varie interessanti considerazioni proposte, è sostenuto che i giovani sono sostanzialmente d’accordo con gli adulti quando questi ultimi sostengono che, in linea generale, il digitale non possa sostituire le relazioni fisiche. Il problema risiede nel fatto che spesso gli ambienti in cui i giovani si trovano a vivere non consentono loro di sviluppare efficaci relazioni interpersonali. Mentre gli adulti si muovono abitualmente in spazi privati (a casa), controllati (a lavoro, dove i capi definiscono norme e comportamenti accettabili) e pubblici, gli adolescenti, per motivi che solitamente non dipendono da loro stessi, si trovano solitamente a vivere in spazi controllati. Le tecnologie digitali quindi consentono loro di (ri)creare spazi privati (ad esempio con l’Instant Messaging) e pubblici (con MySpace) pur trovandosi fisicamente in spazi controllati.   

Il secondo: ogni persona tende a ribellarsi ad autorità che non servono a nulla e l’autorità del network è percepita come utile.

La relazione che lega chi ha un bisogno a chi ha la capacità di soddisfarlo è una relazione di autorità. L’autorità è quindi un servizio mirato al soddisfacimento di bisogni. Non è vero l’assunto che le persone non amino l’autorità anzi è vero l’opposto: tutti siamo alla ricerca di persone che siano realmente in grado di soddisfare i nostri bisogni. Non si vive bene là dove l’autorità diventa potere fine a se stesso.

In una conferenza tenuta in Nuova Zelanda[2] Stephen Downes parte in difesa dei network prendendo spunto da una delle critiche più ricorrenti a cui questi media sono soggetti: nelle comunità che si formano su Internet non c’è libertà perché non c’è responsabilità e non c’è autenticità ma soltanto caos e anarchia di massa. L’assunto che egli contesta è che l’assenza di una autorità di governo di un gruppo generi necessariamente anarchia.

Gli strumenti di comunicazione pre-Internet (tv, radio, giornali, libri) hanno come oggetto le masse, sono strumenti “uno a molti”. Anche il web originariamente era uno strumento di questo tipo in cui l’autorità era posseduta dal titolare dell’informazione che la distribuiva cercando di raccogliere attorno ad essa consenso, di aggregare persone attorno a una idea comune.

Le nuove tecnologie, che incoraggiano la diversità, consentono la creazione di “ecosistemi” in cui l’individuo è incoraggiato a esprimere se stesso piuttosto che a sentirsi parte di qualcosa di più grande. La trasmissione della conoscenza non ha più un centro di distribuzione ma diventa patrimonio del network. Può nascere ovunque per poi propagarsi secondo le logiche del “passaparola” che la tecnologia non fa altro che amplificare. In questi “ecosistemi” l’autorità esiste anche senza l’esistenza di definite regole di gruppo o di centri di distribuzione dell’informazione. E’ una autorità che trova il suo fondamento nei reciproci bisogni che soddisfa tra i membri del network e poiché è una autorità che soddisfa bisogni, è una autorità utile. E’ possibile che il network appaia caotico, ma è un caos governato dall’autorità del network.

Portando il discorso sulle amministrazioni pubbliche, il fatto che l’autorità di cui sono titolari venga definita per legge non deve trarre in inganno. Anch’essa deve essere giustificata dal basso, dal fatto che essa sia in grado di riconoscere i bisogni degli amministrati e sia in grado di soddisfarli al meglio.

In una recente conferenza tenuta a Reggio Emilia[3] il direttore generale di quel comune riferendosi alla sua città e alle scelte che il Comune ha fatto di aprire spazi su Facebook ha affermato: “All’interno dei dibattiti sulle politiche pubbliche si discute se il Comune è il focus, cioè l’ente erogatore di servizi, o se il focus lo collochiamo sulla città e quindi il Comune diventa soggetto regolatore del funzionamento di una comunità. Ora, noi sposiamo questa seconda tesi, cioè il Comune certamente produce servizi, ma il Comune ha anche una funzione di governance, quindi di valorizzare le attività che all’interno di una città ci sono. Se quindi si esce dalla logica di che cosa produce il Comune e si entra in una logica di che cosa la città è in grado di mettere a disposizione come opportunità per il cittadino noi facciamo un salto di scala e ragioniamo di sussidiarietà orizzontale, che significa riconoscere ai cittadini la capacità di svolgere funzioni di interesse generali fondamentali per la vita sociale”.

 


[1] http://www.danah.org/papers/AAAS2006.html  – Identity Production in a Networked Culture: Why Youth Heart MySpace.

[2] http://www.downes.ca/post/42521 – Groups vs Networks

[3] Social network: business, innovazione e applicazioni concrete – Aula Magna della Facoltà Scienze della Comunicazione e dell’Economia a Reggio Emilia, 24 febbraio 2009

 __________________________________________

Ing. Antonio Tommaso – linkedin
INAIL – Consulenza per l’Innovazione Tecnologica

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Written by Pietro Monti

25 marzo 2009 a 5:42 PM

Pubblicato su social network

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