Il Web 2.0 e l'innovazione nella PA

"La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato in altri progetti” (J.L.)

Il valore dei siti di social network

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socialnet

di Antonio Tommaso *

Nel mese di febbraio di quest’anno la società di rilevazione Nielsen, presentando alcuni report descrittivi dello scenario di utilizzo di Internet in Italia nell’anno appena trascorso[1], ha sintetizzato le sue valutazioni con questa affermazione: “L’unione fa la forza: nel 2008 sempre più community”.

I dati Nielsen, che mettono a confronto le tipologie di utilizzo di Internet in Italia, dicono innanzitutto che le Member Communities, con i vari Facebook, MySpace, Linkedin, …, e i Video-Movies, trascinati da YouTube, sono le uniche categorie che guadagnano posizioni nel ranking di dicembre 2008 mentre i Research Tools, con Yahoo! Answers e Wikipedia, acquisiscono una importanza sempre maggiore.

 

Dic 2008

Tipologia di utilizzo di Internet in Italia

Utenti unici (000)

Dic 2007

1

Search (Google, …)

18.880

=

2

General Interest Portals & Communities

18.219

=

3

Member Communities (Facebook, MySpace, …)

16.018

5

4

E-mail

14.475

6

5

Software Manufactures

12.025

=

6

Videos – Movies (YouTube, …)

11.859

5

7

Internet Tools – Web Services

11.654

New Entry

8

Current Events & Global News

11.072

6

9

Mass Merchandiser (eBay, Pixmania, …)

11.067

New Entry

10

Research Tools (Wikipedia, Yahoo! Answers, …)

11.052

New Entry

In secondo luogo la supremazia dei motori di ricerca tra i siti maggiormente visitati su Internet comincia a essere messa in discussione dalle nuove abitudini di utilizzo della rete. Sono cambiati rispetto al passato i motivi per i quali si effettuano ricerche su Internet: non si ricercano più soltanto informazioni ma, sempre più spesso, esperienze e persone. Le domande che vengono poste alla rete si sono “umanizzate” e i motori di ricerca tradizionali non sembrano essere adeguati a rispondere secondo le attese. Tra i siti con le migliori performance del 2008 in Italia nelle categorie Member Communities, Video-Movies e Research Tools il fenomeno dell’anno si chiama Facebook.  La percentuale di crescita di Facebook tra i navigatori attivi era inferiore al 3% nel dicembre 2007 mentre nel dicembre 2008 è arrivata al 44%.

Qual è il valore di questi nuovi media?

MySpace, che ha 125 milioni di visitatori unici nel mondo, è stato acquistato nel luglio del 2005 da Rupert Murdoch per 580 milioni di dollari mentre a fine 2007 Microsoft ha investito 240 milioni di dollari per l’acquisto dell’1,6% di Facebook, che di visitatori unici ne ha 220 milioni.

Quanto rendono?

La loro capacità di monetizzazione deriva oggi principalmente dalla pubblicità. Ora, i risultati di una ricerca effettuata da IDC[2] negli Stati Uniti nel 2008 mostrano che il tipico frequentatore di Facebook e MySpace clicca pochissimo sui banner: se il 79% degli utenti “web-generalisti” clicca almeno su di un annuncio nel corso di un anno, la percentuale scende al 57% per i frequentatori delle reti sociali. E il social networker acquista pure meno: la percentuale è solo dell’11%, contro il 23% dell’utente web. Per questi motivi le imprese in maggioranza non utilizzano questi strumenti come veicoli pubblicitari.

Sarà ancora la pubblicità in futuro a garantire guadagni ai proprietari di questi media?

Presidiare il network con il proprio marchio sta diventando ormai una necessità per le aziende, anche solo per evitare che ciò sia fatto da chi non ne ha la titolarità. Tuttavia, l’esistenza in Facebook del Director of Monetization, Tim Kendall, lascia intendere che esiste la volontà, o forse l’obbligo, di cercare nuove strade.

Una nuova strada potrebbe nascere dall’economia indotta dall’utilizzo di questi media. All’ultimo Mobile World Congress di Barcellona i “social network” sono stati un argomento in primo piano. Gli utenti che accedono a MySpace, Facebook, … da cellulari sono quadruplicati nell’ultimo anno e due importanti produttori di smartphone quali Palm e Nokia hanno annunciato accordi con MySpace per produrre telefonini capaci di caricare video e foto sul social network premendo un solo pulsante.

Un’altra strada potrebbe nascere dall’utilizzo di questi strumenti non al fine di indurre comportamenti quanto piuttosto per ascoltare ciò che i networker hanno da dire: ad esempio una azienda di tipo retail potrebbe essere interessata a conoscere opinioni sul valore di un suo brand commerciale, una pubblica amministrazione a misurare gli effetti, il gradimento, l’utilità di decisioni che essa ha assunto, ….

Diversi comuni italiani – Genova, Reggio Emilia, Venezia, … – che hanno attivato politiche tese a favorire il coinvolgimento dei cittadini nel governo delle città, hanno già ritenuto fosse utile essere presenti sui più diffusi siti di social network. La riflessione che ha portato a queste decisioni è il convincimento che sui social network si muova la parte più creativa delle città, quella che vuole dire la sua, che vuole partecipare e che, tra le altre cose, è raggiungibile solo con questi strumenti perché solitamente non utilizza o non si fida di altri media. Genova Hub, così si chiama Genova su MySpace, è ad esempio una bacheca di iniziative del comune ma vuole anche essere una bacheca di iniziative dei cittadini che il comune si impegna a valutare ed eventualmente a valorizzare.

La capacità di questi media di favorire l’ascolto è legata alla tracciabilità delle relazioni sul network per cui è possibile pensare di costruire su tali relazioni strumenti software di misurazione di fenomeni. Recentemente Mark Zuckerberg, il non ancora venticinquenne amministratore delegato di Facebook ha raccontato che la sua azienda sta lavorando a strumenti di “sentiment engine” che hanno proprio lo scopo di misurare le emozioni che si generano attorno a una fan-page di Facebook.


[1] http://it.nielsen.com/news/LunionefalaforzaONLINE6feb09.shtml

[2] http://www.idc.com/getdoc.jsp?containerId=prUS21540708

 __________________________________________

* – Ing. Antonio Tommaso – linkedin
INAIL – Consulenza per l’Innovazione Tecnologica

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Written by Pietro Monti

13 aprile 2009 a 9:54 PM

Pubblicato su social network

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3 Risposte

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  1. La seconda che ha detto, ing. Tommaso: “Un’altra strada potrebbe nascere dall’utilizzo di questi strumenti … per ascoltare ciò che i networker hanno da dire: una azienda commerciale potrebbe essere interessata a conoscere opinioni sul valore di un suo brand, una Pubblica Amministrazione a misurare gli effetti, il gradimento, l’utilità di decisioni che essa ha assunto, ….” O anche a capire qual’è la qualità davvero attesa dall’utenza, aggiungo.
    Ne parleremo domani 15 aprile, a Roma, nell’inedita Convention dei professional dell’INAIL (Consulenza statistico attuariale e Consulenza per l’Innovazione tecnologica) per cercare di capire le nuove dimensioni della “relazione comunicativa d’Impresa” (come direbbero Giacomazzi e Calzolari*) con riferimento allo specifico della Pubblica Amministrazione.

    Marco Stancati

    *Giacomazzi-Calzolari: “ImpresA 4.0” (FT Prentice Hall)

    Marco Stancati

    14 aprile 2009 at 6:36 PM

  2. Ho messo insieme un paio di cose, alcune dette da Antonio e altre lette sul numero di aprile di Wired, e mi sono posto una domanda a cui forse nessuno potrà rispondere se non la storia prossima futura.
    Antonio riporta le statistiche di IDC, secondo cui il modello di business della pubblicità (che dall’epoca dell’industrializzazione è stato sempre quello vincente su ogni mercato) non risulta remunerativo nel contesto dei social network, e la presenza nella board of directord di Facebook di personaggi come Tim Kendall fa pensare che c’è uno sforzo nel cercare nuovi modelli di business con cui trarre guadagni dai social network..
    Leggo poi le considerazioni di Chris Anderson (direttore di Wired USA e inventore del termine “Long Tail”, che altro non è che la famosa legge di Pareto 80-20) che definisce Internet come la terra del Gratis: questo motiva anche l’avanzata dei Research Tools, dell’Open Source, ecc. Anche lui ribadisce che occore trovare un modello di business dal Gratis.
    Ma l’ipotesi su cui si fondano le due medesime conclusioni è sempre la stessa: il guadagno.
    Facciamo allora una contro-ipotesi. E se chi opera nella “terra del Gratis” non fosse chi agisce a fini di lucro? Se i social network non dovessero rispondere alle esigenze di un ricavo che sia maggiore delle spese? Insomma, se quella delle reti sociali fosse proprio l’habitat naturale della Pubblica Amministrazione? Forse questa contro-ipotesi è un po’ azzardata e le conseguenze sono difficili da immaginare, ma non sarei così sicuro che sia solo un esercizio mentale.

    Marcello Crovara

    19 aprile 2009 at 12:41 AM

  3. Non so se ho ben capito quanto dice Marcello. Il mio discorso è il seguente: i proprietari dei social network (Facebook, MySpace, …) hanno bisogno di differenziare le loro fonti di (legittimo) guadagno. Hanno utenti correlati tra loro e tecnologia. Invece di vendere spazi pubblicitari alle imprese potrebbero collaborare, con imprese e pa, a realizzare “spazi di discussione” (come hanno già fatto con qualche Comune), e vendere questa collaborazione. La pa potrebbe avere, a sua volta, interesse ad acquisire spazi in cui già gli utenti esistono, invece di creare nuove reti sociali. Tutti gli attori potrebbero avere qualcosa da guadagnare: denaro i proprietari delle reti sociali, consenso e utilità le pa (oltre al denaro che potrebbero risparmiare in prospettiva).

    Antonio Tommaso

    20 aprile 2009 at 10:26 AM


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