Il Web 2.0 e l'innovazione nella PA

"La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato in altri progetti” (J.L.)

Cominciamo a parlare di trasparenza

with one comment

di Elvira Goglia *

trasparenzaPoniamo il caso che un giorno andiamo al mercato per comprare un chilo di mele. Giriamo tra i banchi della frutta, annusiamo l’aria, osserviamo i colori, valutiamo i prezzi esposti, confrontiamo la qualità e, non ultimo, scegliamo il venditore più simpatico,  che ci ispira fiducia. Paghiamo la frutta, per lo più convinti che il prezzo sia equo. Poi torniamo a casa e decidiamo di preparare una torta di mele: siamo soddisfatti, quelle mele fanno proprio al caso nostro! La torta appena sfornata riempie la casa di un profumo rassicurante, di sana vita quotidiana.

Quando accediamo ad un servizio pubblico, ad esempio la cura di una distorsione che ci siamo procurati facendo sport, il più delle volte non abbiamo possibilità di scelta tra fornitori differenti, né sappiamo quanto ci costa quel servizio. Valuteremo subito se siamo stati accolti con cortesia e se i medici e gli infermieri ci ispirano fiducia. Se l’ambulatorio è pulito e se gli altri pazienti ne parlano bene. Solo a seguito di guarigione, potremo dire se quel servizio faceva proprio il caso nostro.

Solo chi avrà la fortuna di accedere ad un servizio che corrisponde ai propri bisogni, potrà considerarsi oggettivamente soddisfatto. Se disgraziatamente, il suo è un caso particolare e la gamma delle offerte  è limitata, o l’ambulatorio specialistico è irraggiungibile, o peggio se il personale è incompetente, distratto, assente, lui sopporterà le conseguenze di quelle mancanze e non avrà voce in capitolo per migliorare l’offerta di quel servizio.

Se poi quell’ospedale – dove ha avuto la sventura di essere ricoverato – è stato costruito da amministratori truffaldini ed è in zona sismica, e quella notte c’è addirittura un terremoto, le conseguenze diventano la storia tragica dei nostri giorni. Noi cittadini possiamo scegliere che mele comprare, ma dobbiamo subire scuole, ospedali, Uffici amministrativi e siamo costantemente discriminati sulla base di capacità economiche differenti, bisogni differenti, appartenenza geopolitica differente, e mille altre diversità. Pensate a come ci cambia la vita un’operazione chirurgica sbagliata, o cinque anni di liceo con il professore di italiano incompetente e prepotente, o mesi di attesa burocratica per avviare la nostra piccola attività imprenditoriale.

E’ brutto dirlo, ma ciascuno di noi ha almeno una cattiva esperienza di rapporto con una pubblica amministrazione. Perché mai non dovremmo volere la trasparenza, la piena accessibilità, la possibilità di scelta e di valutazione, nella fornitura di un servizio pubblico?

<<La trasparenza è intesa come accessibilità totale, anche attraverso lo strumento della pubblicazione sui siti internet delle pubbliche amministrazioni delle informazioni concernenti ogni aspetto dell’organizzazione delle pubbliche amministrazioni, degli indicatori relativi agli andamenti gestionali e dell’utilizzo delle risorse per il perseguimento delle funzioni istituzionali,  dei risultati dell’attività di misurazione e valutazione svolta in proposito dagli organi competenti, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo del rispetto dei principi di buon andamento e di imparzialità.>> (art.4, comma 7, legge 15/2009, legge Brunetta)

Chi come me lavora da trent’anni in una pubblica amministrazione, ed ha responsabilità dirigenziali, avverte tutta la portata “rivoluzionaria” della definizione di trasparenza – come del resto di tutta l’articolazione della norma – e vi legge la storia di un’evoluzione concettuale dai primi anni ’90 (leggi Bassanini) quando trasparenza era “solo”il  diritto di accesso agli atti che avevano determinato la decisione amministrativa, o la possibilità di intervenire nell’istruttoria, o di conoscere  la motivazione che aveva prodotto un diniego.

Sa anche che tra la norma e la sua concreta attuazione, ci passa il mare, e che in molte amministrazioni ancora oggi non vengono garantiti neanche i diritti decretati nei lontani anni ’90. Il mare è una “rivoluzione culturale”! La richiesta di trasparenza non può essere motivata unicamente dal sospetto che la pubblica amministrazione è truffaldina, che i dirigenti sono corrotti, che i dipendenti sono fannulloni, ma dal bisogno di democrazia reale, dall’esercizio del diritto di partecipazione alla vita pubblica, dalla consapevolezza di essere cittadini, non sudditi.

Questa consapevolezza, questo esercizio di democrazia non è così immediato, né può essere imposto dalle leggi. Paradossalmente, affermo che  la “rivoluzione culturale” sarà attuata solo se prende avvio  dall’interno della pubblica amministrazione, dai dipendenti pubblici, dagli amministratori e dai dirigenti, come riflessione sul senso dell’azione pubblica, sui valori etici della propria professione, come superamento dall’interno dei meccanismi perversi della gestione del potere autoreferenziale, che svantaggiano la maggior parte degli operatori del servizio pubblico, oltre che i suoi  utilizzatori.

Le domande che seguono sono molteplici:

Come avviare, sostenere e sviluppare la “rivoluzione culturale”?

Che ruolo possono avere le tecnologie della comunicazione, internet nella dimensione del web 2.0?

Come le organizzazioni pubbliche dovranno cambiare per “mettersi in trasparenza” davvero, e non in modo gattopardesco?

Come coinvolgere i cittadini e rendere realmente esigibili i diritti di partecipazione? Come colmare i digital divide?

Arrivederci ai prossimi post!

_____________________________________________

* Elvira Goglia è Dirigente INAIL
della Sede di Roma Centro

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Written by Pietro Monti

27 aprile 2009 a 8:14 AM

Una Risposta

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  1. Cosa sia il digital divede me la ha spiegato a suo tempo Pietro. Lui di queste cose ne capisce, ma e’ bravo soprattutto a rendere questi concetti fruibili anche a quelli come me, e posso immaginare che non deve essere stata una cosa facile ( preciso che alla prima domanda che mi e’ stata rivolta entrando all’INAIL “ da dove vieni?” io ho risposto “dalla campagna” !).
    Farsi capire e’ una cosa molto complicata, soprattutto se il rapporto tra i due interlocutori e’ stato storicamente “gerarchico” ( pensiamo al rapporto tra PA e cittadini). E quando non ci si capisce nascono i problemi, le incomprensioni e tutto questo genera sfiducia.
    Sapete che ho la fissa del “rapporto etico” quello che “genera fiducia” . Su queste cose ho letto porcherie di ogni tipo e sono convinto di sapere tutto ( a volte penso che del contadino ho solo le scarpe grosse) ; lì dove vado a strappi, come un motore che sta finendo la benzina, e’ sul come coinvolgere i cittadini a rendere esigibili i loro diritti, compresi quelli di partecipazione.
    Il dato reale e’ che ancora la gente si fida poco di quello che gli dice o gli “comunica“ (male) la P.A., “di quello che gli dicono allo sportello” .
    In altre parole il primo obiettivo e’ diventare autorevoli e credibili ( mio nonno a sostegno delle sue tesi si affidava all’autorevolezza del telegiornale dichiarando formalmente “lo hanno detto alla televisione” ) e magari fare uno sforzo ulteriore per umanizzare questo benedetto rapporto.
    Ma su questo tornero’ alla prossima puntata.

    GIUSEPPE GIGANTE

    28 aprile 2009 at 9:37 AM


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