Il Web 2.0 e l'innovazione nella PA

"La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato in altri progetti” (J.L.)

Vietato chattare

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facebook2L’Arma dei CC ha vietato pochi giorni fa l’accesso a Facebook dalla rete interna. Da questa settimana anche l’INAIL , ma ancor prima le Poste, Il Comune di Milano, la Regione Lombardia.
La Regione Friuli-Venezia Giulia ha chiuso drasticamente tutto con una decisione bipartisan nella quale Gianfranco Moretton (all’opposizione con il PD) ha sostenuto: “L’uso di Internet non rientra nei compiti del dipendente pubblico. In questo modo, ci sarà maggiore attenzione e celerità nell’espletamento delle procedure burocratiche da parte dei dipendenti pubblici, quindi una migliore risposta ai cittadini“. Alla Provincia ed al Comune di Como stanno pensando di concedere al massimo un’oretta di navigazione libera durante la pausa pranzo, una strategia simile a quella adottata dal Comune di Napoli. Chissà quante altre amministrazioni seguiranno questi esempi, soprattutto adesso che il Ministro Brunetta , dopo i tornelli, sta iniziando a prendere di mira anche il presunto uso improprio del web durante l’orario di lavoro.

La cosa non mi sorprende molto, sono parecchie le intranet che da sempre hanno posto  limitazioni alla navigazione esterna e non solo verso i social network, persino verso un uso diffuso della semplice posta elettronica per non parlare dell’accesso ai “peer to peer”, a Torrent, Emule, Youtube, etc…  Ho scoperto da poco che il traffico generato dall’accesso a Youtube di quest’anno, equivale da solo all’intero traffico Internet del 2000 !!!

Alcune aziende hanno strutturato l’utilizzo secondo filtri e criteri diversi, gli addetti agli sportelli sono comunemente esclusi da qualsiasi accesso alla rete pubblica, differenziando quindi l’utilizzo della rete secondo una policy di profilazione, purtroppo spesso solo gerarchica, altre volte funzionale.C’è la preoccupazione anche della sicurezza perchè è conclamato che molti tra i siti più popolari sono veicoli di intrusioni ma questo riguarda soprattutto reti poco strutturate e blandamente protette. Voglio dire che per quanto reale, è una minaccia facilmente gestibile, i cui costi possono rientrare in quello che, almeno nelle grandi organizzazioni, si fa comunque per proteggere il proprio sistema informativo.

E’ evidente che coloro che devono far quadrare i conti o – più seriamente – devono gestire l’organizzazione di aziende ed enti complessi, sono obbligati a pensare che una chat è un tempo che viene sottratto alle normali funzioni lavorative. Ve lo immaginate un impiegato di sportello di una banca o di una ASL che mentre c’ha la fila, butta un’occhiata alla sua bacheca su facebook ed alle frasi più o meno demenziali inserite da quelli che lui, nel suo network, ha classificato come “amici”?.

Personalmente sono iscritto a facebook da circa sei mesi e non ne sono affatto entusiasta. E’ vero, confesso che mi sono divertito a ritrovare qualche vecchio amico. Ma dopo averlo ritrovato, dopo qualche frase e situazioni da amarcord, ognuno è rimasto nel proprio mondo. C’è una battuta che gira e che sintetizza il senso del “ritrovarsi” grazie alla rete:  “se ci siamo persi di vista per trent’anni una qualche ragione ci sarà stata, forse non mi stavi tanto simpatico” ;-).

skype_logoInsomma mi trovo meglio su Skype che non è un vero social network perchè è più discreto, meno invasivo e senza quelle manifestazioni un po’ chiassose di Facebook.

Ma possiamo banalizzare e liquidare la faccenda in questo modo? Sono veramente questi i termini della storia? Date una sbirciata a questo link che mi ha mandato il mio amico Antonio Tommaso ……. è tutto un programma.

Insomma, come facciamo a dimenticare la diffidenza che c’era vent’anni fa alla comparsa dei primi Personal Computer negli uffici? Anche allora qualcuno diceva: i PC non servono per giocare ma per lavorare! Probabilmente in nessun corso di formazione avrebbero mai imparato così bene ed in fretta, a duplicare dischetti, formattare, navigare tra le directory, configurare audio e video, etc.. Magari la molla era solo quella di caricare un “game” come i gloriosi pacman  o tetris.

C’è dunque un approccio che tende a riflettere di più sugli aspetti di autoformazione, di crescita culturale, di capacità di comunicare mutuando all’interno gli stessi linguaggi e metodi dei Social Network con innegabili vantaggi per la comunità aziendale. Mio figlio che studia in una Università negli Usa (non pensate che io sia ricco, sono solo un padre fortunato con un figlio che, per fortuna mia ma soprattutto sua, ha vinto una borsa di studio) mi sta raccontando che i professori utilizzano normalmente Facebook per l’organizzazione interna, creando “isole” e classi di studio così come gruppi di ricerca. Selezionano gli utenti e creano gruppi “puliti” con il vantaggio di utilizzare una potenza di calcolo con un servizio sofisticato e multicanale tutto esterno al sistema informativo dell’Università, in un hosting totalmente gratuito!

Ci sono molte aziende private – tra cui la FIAT – che utilizzano Facebook per interagire con i propri clienti ed ogni giorno crescono le opinioni favorevoli, anche molto autorevoli. Il presidente USA Obama ha promosso l’uso dei social network come strumento per allargare i contatti di lavoro e favorire l’aggiornamento professionale riprendendo i risultati di una ricerca dell’Università di Melbourne, secondo cui Facebook sul lavoro fa bene.

Anche diversi politici sfruttano proprio Facebook e YouTube, per parlare direttamente ai cittadini, compreso anche il nostro Ministro Brunetta sul quale però non voglio banalizzare evidenziando una presunta contraddizione rispetto alle sue direttive. In questo caso, come in quello di Obama (con le dovute proporzioni tra i due personaggi 🙂  battutaccia!!!!!), entrano in ballo ben altre considerazioni legate alla comunicazione politica, all’immagine, etc..

Insomma è ovvio che non sono gli strumenti a dover essere demonizzati e la risposta non può essere quella di aprire o chiudere a tutti indiscriminatamente. L’atto di chiudere è probabilmente il primo passo prudenziale che le organizzazioni complesse si trovano costrette a fare, soprattutto di fronte alla montagna di accessi che i tecnici addetti al monitoraggio hanno l’obbligo di mettere sul tavolo. Tuttavia questo deve essere anche il momento nel quale è necessario con lungimiranza individuare la corretta policy di gestione per non rendere antieconomica l’innovazione ma anche per non restarne fuori per paura di affrontarla.

In conclusione è evidente che la produttività è la cosa che più preoccupa ma forse sarebbe più giusto giudicare il dipendente in base ai risultati e non in base al tempo utilizzato per ottenerli perchè né le parole crociate, né le chiacchierate nei corridoi e neanche i “solitari” al computer potranno mai essere “filtrati” e bloccati da quei poveri proxy che sono i Caronte ma anche, molto più spesso, i censori delle nostre navigazioni. Ma quella dei risultati è tutta un’altra storia ….

(alcune fonti da: L’EspressoLa Stampa La Repubblica)

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Written by Pietro Monti

22 maggio 2009 a 12:22 AM

9 Risposte

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  1. Mah! Il momento in generale non sembra essere dei migliori. Su tutto mi sembra che sia preponderante una spinta verso il basso. Ho l’impressione che la rincorsa al populismo produca anche questi effetti, perché tutto fa annuncio. Presto a tutti i dipendenti della PA, verrà richiesto di vestire una divisa?

    Enrico Venti

    22 maggio 2009 at 8:32 AM

  2. Ma chi l’ha detto che navigare e chattare diminuisce la produttività? Basta prendere uno dei tanti studi sul tema, come quello del prof. Brent Coker dell’università di Melbourne (http://uninews.unimelb.edu.au/news/5750/), per dimostrare esattamente il contrario! Lo studio evidenzia come chi naviga in internet per motivi personali, che comprendono anche il divertimento, e lo fa in ufficio, durante le ore lavorative, rende più di chi si limita ad usare il computer per soli motivi professionali. E la maggior resa non è poca: circa il 10% se naviga out-topic per meno del 20% delle ore d’ufficio. Senza contare l’effetto benefico di prendere dimestichezza (apprezzando vantaggi e svantaggi) con questi strumenti. Se Brunetta auspica un’apertura delle PA verso il cittadino anche attraverso social network (e lui ne ha dato qualche esempio con le videodomande), sicuramente bloccarli all’interno delle Amministrazioni rappresenta un controsenso: come faccio a registrare un video se poi non posso inviarglielo?! E ancora, come potrò proporre questi mezzi al cittadino se non li conosco e non li utilizzo?!!. Di strumenti per controllare la produttività ce ne sono fin troppi basta applicarli (oltre che saperli e volerli applicare). Ma finché il dipendente-pubblico-tipo sarà considerato come un essere non-pensante da tener chiuso nel recinto dei tornelli le speranze di innovare sul serio saranno ben poche!

    Domenico Ioffredi

    22 maggio 2009 at 9:07 PM

  3. Sono d’accordo con Domenico Ioffredi. Vietare la navigazione su Internet in ufficio è anacronistico. Forse si potrebbe limitare le chat…ma, sostanzialmente, non sono certo queste che ostacolano la produttività nella P.A. ! Una intelligente gestione dell’uso del Web da parte delle aziende e dei suoi dipendenti è tema attualissimo da affrontare, non usando censure idiote ma attenti parametri di economicità e convenienza ( anche in senso di utilità psicologica….il dipendente contento è anche più produttivo! ). Come fare questo, dal punto di vista tecnico (ma, attenzione, non solo!) è compito essenzialmente di voi tecnici..!! O no?!?!

    iole

    23 maggio 2009 at 11:47 AM

  4. Questo post è davvero cruciale! Io partirei proprio da dove Pietro ha chiuso, cioè dai risultati, che – come dice Pietro – è tutta un’altra storia … Io ve ne racconto una.
    Nella struttura che dirigo ho scoperto, qualche mese fa, che un collega, operatore di back office, regolarmente chattava in ufficio. L’ho scoperto, non perché faccio controlli fiscali sulla presenza in ufficio, ma perché me lo ha detto lui, convinto che io avrei approvato: non si sbagliava. Mi sono anche compiaciuta del fatto che mantenesse i contatti con colleghi della regione in cui aveva lavorato per anni, da cui anch’io provengo. Ne ero contenta non solo perché sono una nota sostenitrice delle ICT, ma soprattutto perché è un ragazzo in gamba, di cui il capo area mi segnalava una soddisfacente produttività. Quel collega di recente ha chiesto, ed ottenuto, un trasferimento in un’altra struttura romana, in nello stesso settore di lavoro da cui proveniva. Poco dopo, in occasione di un’attività di controllo di gestione su alcuni obiettivi assegnati alla struttura in cui lui lavorava, ho scoperto, con non poca delusione, alcuni suoi grossolani errori nella trattazione di pratiche che hanno concorso allo scarso risultato di quel trimestre. Mi sono detta che, con tutta evidenza, chattare lo distraeva dal lavoro: magari tendeva a fare in fretta la lista di pratiche che gli veniva assegnata, per poi avere il tempo di socializzare in rete! Non ho tardato a rendermi conto che questa era un’analisi superficiale, di quelle che noi capi siamo propensi a fare quando le cose non vanno bene e la nostra capacità di “fare risultati” è visibilmente messa in scacco. Ho riflettuto sul fatto che il collega, che aveva lavorato per anni in un settore in cui si sentiva forte, con ottime competenze, aveva dovuto cambiare mestiere perché, trasferito a Roma, l’ufficio dove occorrevano nuove risorse non si occupava della stessa linea di prodotto. Nel nuovo settore non aveva avuto una buona formazione e si era dovuto arrangiare quasi da solo … i risultati apparenti erano comunque buoni, ossia la quantità di produttività soddisfacente, ma la qualità del suo lavoro decisamente scarsa! La colpa non era certo dei social network che frequentava, ma di una serie di fattori, tra cui metterei comunque al primo posto la sua etica del lavoro ossia il suo livello di responsabilizzazione rispetto al compito che gli veniva assegnato. Ritengo che, pur con qualche “attenuante”, fosse scarso, accanto alla motivazione – che magari il suo capo diretto non contribuiva a sviluppare – e anche per questo, credo, lui era fortemente propenso ad investire la sua intelligenza in attività on line di natura non professionale. Perciò, appena possibile, ha di nuovo cambiato struttura, tornando a fare il suo mestiere precedente: sarebbe interessante verificare se il ritorno ad un lavoro che meglio conosceva e amava, abbia migliorato la qualità delle sue prestazioni professionali, pur continuando lui a chattare, ne sono convinta, almeno fino a quando la nostra organizzazione (Inail) lo ha consentito. Sarebbe altrimenti interessante verificare se, non potendo più chattare, oggi lui: a) usa di più il telefono; b) usa altri strumenti ICT ancora legali; c) lavora di più e meglio. Sono propensa a credere che l’ipotesi c) è la meno attendibile e che il suo rendimento e la sua motivazione sarebbero più alte se di fronte a lui, virtualmente, ci fosse il cittadino (la cui pratica sta trattando) magari che gli chiede conto dell’esito … chattando con lui.
    La morale della favola la lascio al lettore … riservandomi qualche dotta riflessione sociologica in un commento successivo!

    Elvira

    24 maggio 2009 at 7:10 PM

  5. Facebook distrae dalle attività lavorative? E’ possibile. Le relazioni personali sono migliori delle relazioni virtuali? Vero, ammesso che se abbiano. Facebook è da vietare in determinati contesti lavorativi? Vero, ammesso che se ne sia misurato l’effetto e si sia provata la sua “pericolosità”, dati alla mano. Altrimenti? Altrimenti è meglio pensare a come utilizzarlo proficuamente nell’ambiente di lavoro. A come rendere più efficaci le relazioni che si instaurano, a come evitare che si perda tempo utilizzandolo. Intendendosi però bene sul significato dell’espressione “perdere tempo”. L’idea che tutto quanto una persona fa per umanizzare il tempo che trascorre in ufficio sia perdere tempo (festeggiare i compleanni, andare a prendere un caffè, discutere nei corridoi, …) è un pò strana, specialmente in un’epoca in cui si tende a distinguere sempre meno tra lavoro e svago. Certo l’ufficio non è il luna park ma è compito del management fare sì che il lavoro si svolga in un ambiente in cui ognuno è portato a dare il meglio di sè, in cui esiste un clima di fiducia e attenzione per gli altri. Tutto ciò lo può creare il mansionario? Il mansionario … come la circolare … deresponsabilizza il dirigente che non pensa, non si assume responsabilità, non esalta le differenze ma si limita ad applicare.
    Ma il mansionario è per il dipendente e non il dipendente per il mansionario! Si può pensare ad una PA che ascolta i cittadini se non è capace di ascoltare se stessa?
    Certe decisioni sembrano dettate dal desiderio inconscio di compiacere, dal desiderio di evitare rischi, desiderio che è diventato un’abitudine. Ma le persone devono credere in qualcosa e devono difendere ciò in cui credono, naturalmente essendo disposte a cambiare idea. Non possono decidere seguendo logiche di consenso. Non vorrei, nel caso in cui Michele Vianello, l’attuale vice sindaco di Venezia e sponsor di Amministrare 2.0, diventasse Ministro riscrivere lo stesso commento per difendere il dipendente obbligato ad usare strumenti tipo Facebook che non ritiene importante utilizzare.

    Antonio Tommaso

    25 maggio 2009 at 8:59 AM

  6. Da “Dombey e figlio” di Charles Dickens:

    “E’ sempre l’abitudine che fa ostinare alcuni di noi, che pure sarebbero capaci di qualcosa di meglio, nell’orgoglio e nella caparbietà luciferine, che fa ostinare a sprofondare altri nell’infamia, la maggior parte nell’indifferenza, che ci indurisce ogni giorno, secondo il grado di elasticità della nostra argilla, come statue, e ci lascia sensibili come statue a nuove impressioni e convinzioni.
    Mi sono contentato di farmi disturbare il meno possibile, al di fuori della mia sfera di competenze, e di lasciare che tutto ciò che mi circondava andasse avanti, giorno dopo giorno, senza venir messo in discussione, come una grande macchina considerando tutto scontato, tutto giusto. Le mie serate del mercoledì si succedevano regolarmente, e col mercoledì tornavano le riunioni del nostro quartetto, il mio violoncello era ben accordato, e non c’era niente che andasse storto nel mio mondo, o comunque non molto, e poco o molto, non era affar mio.
    Ero il più amato e rispettato di chiunque altro nella ditta, ma era un’abitudine per me. Andava bene al direttore, andava bene all’uomo per conto del quale dirigeva: a me andava meglio di tutti. Facevo quello che mi toccava di fare, non facevo la corte a nessuno dei due ed ero contento di avere un posto in cui non era necessario niente del genere. Così avrei continuato a fare fino ad ora, ma un mattino accadde un fatto che scosse la mia abitudine – che è l’abitudine di nove decimi degli uomini – di credere che tutto fosse a posto intorno a me semplicemente perché ci ero abituato.
    Credo fosse quasi la prima volta in vita mia che mi abbandonavo a questo genere di riflessioni … come ci appaiono tante cose che ci sono familiari, e che diamo per scontate, quando arriviamo a vederle da questa prospettiva nuova e distaccata in cui, un giorno o l’altro, dobbiamo metterci tutti!
    Da quel mattino io fui un po’ meno cordiale, come dire, meno alla buona e accomodante”.

    Antonio Tommaso

    25 maggio 2009 at 9:38 AM

  7. Io sono abbastanza d’accordo con Antonio quando dice che un’amministrazione dovrebbe interrogarsi su come utilizzare strumenti come facebook, piuttosto che “bacchettonamente” vietarli. Ed infatti anche Brunetta lo usa… solo che lui, come altre persone/organizzazioni citate nei vari commenti, lo fa per uso “istituzionale”. Persino il Papa lo ha aperto? Per lui l’uso è istituzionale. Come per Obama, come per la Fiat. Non si dice, però, che l’operaio di Cassino deve chattare con quello di Mirafiori per problemi alla catena di montaggio… E forse, non sono nemmeno arrivati ad utilizzarlo per un network dei centi di assistenza in tutta Italia, al fine di innalzare la qualità media del servizio offerto (su questo, spererei di sbagliarmi…).
    Il problema è che, ad oggi, la PA non è attrezzata, o non ci ha ancora pensato bene, per utilizzare i vantaggi di facebook. E allora, nel frattempo, visto che già il caffè con i colleghi, i commenti sulla partita del giorno prima o su quella della domenica dopo, più altri “diversivi”, già ci sono, che facciamo? Ne lasciamo altri?
    Da questo, però, non vorrei passare ad uno dei cancri del terzo millennio, vale a dire la perenne sindrome da inadeguatezza. I nostri figli hanno problemi? E’ colpa nostra! i nostri colleghi hanno problemi? E’ colpa nostra! Se pensassimo che altre persone possono “essere” per come sono, e non soltanto “divenire” a seguito di nostri comportamenti, daremmo forse un’importanza minore ad ogni nostra azione… Come pensare, infatti, che a volte, per quanto uno possa fare, si possono non avere conseguenze? Ma forse da ciò scaturirebbe una maggiore considerazione degli altri (anche se una minore cieca fiducia nelle proprie capacità di influenza, forse il problema è questo: non riuscire ad accettare che le cose possono andare anche per il “loro” verso). E allora, che i colleghi vadano alla macchinetta del caffè, è anche normale. Finchè non sappiamo come farglielo utilizzare istituzionalmente, facebook possiamo anche oscurarlo… Senza sentirci per questo un’organizzazione inadeguata!!

    Carlo B.

    25 maggio 2009 at 12:46 PM

  8. Oltre che i social network rischiano di essere fuori-legge anche gli accessi a tutti i siti che verranno consultati per scopi non strettamente lavorativi: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/05/28/brunetta-blocca-internet-mail-no-all-uso.html. Anche le e-mail dovranno essere solo quelle d’ufficio e non saranno tollerate quelle personali.
    Di conseguenza non credo che potremo continuare a scrivere su questo blog dall’ufficio a meno di non rischiare il richiamo o addirittura il licenziamento. Credo che, se si andrà avanti su questa strada, anche quei dipendenti della PA che hanno sempre svolto con coscienza il proprio lavoro ma in più hanno approfondito le loro conoscenze navigando in internet “aproffittando” della “risorsa pubblica” (ma non certo per risparmiare sul costo dell’abbonamento ma piuttosto per prendere una piccola pausa di svago durante il lavoro), si sforzeranno a restare in ufficio solo il minimo indispensabile per rispettare le norme contrattuali e, probabilmente, rinunceranno del tutto ad approfondire questioni di vitale importanza per il futuro della PA quali quella dell’innvozione.

    Domenico Ioffredi

    1 giugno 2009 at 10:23 AM

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