Il Web 2.0 e l'innovazione nella PA

"La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato in altri progetti” (J.L.)

E se Facebook fosse l’imborghesimento del web?

with 9 comments

di  Marco Stancati

E se Facebook fosse l’imborghesimento del web? O, per meglio dire, l’uso prevalente che si fa di FB. Arrivo dopo una serie di commenti (al post “vietato chattare) e quindi ho il vantaggio di essermi arricchito delle riflessioni di chi mi ha preceduto e posso lanciare questa provocazione.

Cominciamo con il ricordare che anche in moltissime aziende private è impedito l’accesso dalla rete aziendale ai Social Network e alla Blogosfera. Quindi non è un problema dei soliti oscurantisti del settore pubblico. Forse stupirà qualcuno sapere che anche nelle aree deputate all’innovazione e alla creatività, leggasi agenzie di pubblicità e boutique creative, è arrivato in maniera diffusa il medesimo stop.

Fughiamo un possibile equivoco di fondo: “enterprise 2.0” non vuol dire che un’azienda consente l’uso generalizzato, continuo e personalistico della rete aziendale ai suoi collaboratori. Bensì che l’azienda, sul fronte del rapporto con il mercato, ha fatto del dialogo interattivo con i suoi clienti una strategia e che accetta regole e strumenti del social networking e, sul versante della comunicazione interna, dà spazio al Knwoledge Sharing importando nella Intranet gli strumenti  finalizzati alla costruzione comune del patrimonio aziendale di conoscenze. Mi sembra poi assolutamente consequenziale che, in entrambi i casi (comunicazione interna e comunicazione esterna), l’accesso e l’utilizzo della strumentazione sia consentito sulla base di una profilazione che non si basi sulla gerarchia ma sulla funzione svolta dalle Persone. Può essere funzionale consentire l’uso totale dei Social Network ad un callcenterista proprio perché opera sul front line interno ed esterno (ed in tempo reale) e consentirlo in maniera parziale, o non consentirlo per niente, a chi svolge delicate funzioni di controllo procedurale anche se collocato gerarchicamente più in alto.

grilloE vengo alla provocazione del titolo su Blogosfera e Facebook e sulla mia impressione che si stiano imborghesendo. O che li stiamo imborghesendo. I blog, a cominciare da quello di Grillo  assomigliano sempre di più a una rubrica di lettere al direttore nella quale l’importante è apparire piuttosto che lo scambio orizzontale con gli altri aderenti alla Comunità. Quanto a Faceboock è progressivamente invaso da quelli che Luca Sofri ha definito i “tardivi digitali”.

 Emblematica il tal senso la passione dell’over50 Gianluca Nicoletti che, di ritorno dal mondo sempre più deserto di Second Life, ha questa volta incentivato, dai medesimi microfoni di Radio24, la discesa in campo dei suoi coetanei (e dintorni). I quali hanno trasfuso su Facebook i loro tic da filosofia analogica, e di stampo borghese, cogliendone soprattutto l’aspetto salottiero: si scambiano foto e video, cercano amici ed ex gnocche o strafichi d’antan, si invitano a festini e sballi un po’ tardivi e patetici, lanciano qualche opera buona, si informano reciprocamente su particolari superflui di una giornata qualunque.

Quello che comincia a latitare è l’innovazione vera.

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Written by Pietro Monti

2 giugno 2009 a 4:27 PM

9 Risposte

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  1. Quello che comincia a latitare è l’innovazione vera, dice Marco. Parole sante! Dell’imborghesimento di alcuni social network se ne ha l’impressione, e tuttavia mi sembra il male minore… quel che mi preme capire è: come rendere popolari ( e quindi diffusi) gli strumenti delle ICT, facendone un uso finalizzato agli scopi dell’organizzazione? Nel mio case history (a commento del post precedente) il grande assente nella relazione è proprio l’utente del servizio, quel cittadino da più parti evocato (e invocato!) su cui convogliare il bisogno di socialità di un impiegato ancora costretto a lavorare liste di pratiche anonime.
    L’altra grande questione è la costruzione comune del patrimonio aziendale di conoscenze, a cui pure Marco accenna. La relazione tra una pubblica amministrazione e il cittadino prosumer è del tutto analoga a quella che deve svilupparsi tra le persone all’interno dell’organizzazione: in entrambi i casi si tratta di una costruzione comune di un sapere condiviso. Mi sembra alquanto vellleitario mantenere all’interno delle organizzazioni relazioni asimmetriche, fondate sulla im-pari opportunità di accesso alla conoscenza e ai processi decisionali, e poi pretendere di mettere al centro del sistema il cittadino, titolare di diritti, solo perchè una norma lo impone. Non vi pare?

    Elvira

    2 giugno 2009 at 6:50 PM

  2. Parliamo di innovazione. Perché occorre innovare?
    Per evitare che il mio commento sia più lungo dell’articolo di Marco (impresa in cui forse fallirò) consideriamo due aspetti soltanto della questione.
    Primo motivo: il rapporto tra amministrazioni e cittadini deve crescere in autorevolezza. L’amministrazione deve essere percepita come utile, il cittadino non deve sentirsi “costretto” a relazionarsi con essa non avendo voglia di farlo. Le parole del ministro Brunetta, senza entrare nel merito delle questioni sollevate, vengono accolte con favore dalla maggioranza dei cittadini. Quindi forse non siamo così bravi come crediamo di essere (o forse non riusciamo a far percepire le nostre qualità alle persone che serviamo con il nostro lavoro).
    Secondo motivo: supponiamo che un dipendente pubblico (dirigente, impiegato … fate voi) decida di stabilirsi su Marte. Deve trovare un lavoro e non ha relazioni con i marziani (che non essendo umani non discendono da Adamo ed Eva), per cui il suo colloquio di lavoro sarà incentrato prevalentemente sui contenuti. “Buongiorno, mi parli di lei … che cosa sa fare?”. “Beh, ho lavorato per anni in una amministrazione pubblica sulla Terra, ero nell’ufficio …”. “No, mi scusi, forse non sono stato chiaro con la domanda, non le ho chiesto dove ha lavorato ma che cosa sa fare … Si immagini un idraulico … ha presente … con la sua cassettina degli attrezzi. Non voglio sapere quanti e quali lavori ha fatto … voglio sapere quello che ha nella sua cassettina degli attrezzi … Quindi ricominciamo, che cosa sa fare?”. Ecco il secondo motivo per il quale occorre cambiare: per fare in modo che ciascun dipendente pubblico abbia una risposta pronta da dare a questa domanda. Una persona che sa fare ha la possibilità di scegliere cosa fare. E’ più libera. Non utilizza le sue capacità per costruirsi un mondo virtuale (o per aggregarsi a un mondo virtuale), nel quale possa progettare una carriera e una indispensabilità … piuttosto vive nel mondo reale nel quale si sforza di avere qualcosa di utile da dire e da fare.
    Il mondo virtuale non sta soltanto su Internet … sta anche, tanto per fare un esempio, all’interno di organizzazioni nelle quali gli organigrammi, i ruoli, i servizi servono soltanto a giustificare una presenza nel mondo, in quel mondo.
    Parliamo di strumenti di partecipazione (non di Facebook ma più in generale) in ambito aziendale … aperti a chi? Quello che Marco dice è corretto nel caso in cui una amministrazione sappia chi è che ha qualcosa da dire … chi è interessante stare ad ascoltare. Nel caso in cui il portiere di uno stabile faccia il portiere dello stabile, il capo progetto faccia il capo progetto e il dirigente faccia il dirigente. Ma è così in realtà?

    Antonio Tommaso

    4 giugno 2009 at 9:03 AM

  3. perchè dici cose non vere su di me? E’ madornale che tu affermi che io abbia incentivato ciò di cui ho fatto sovente dileggio alla radio. Questo è il punto di caduta di chi come te assembla chiacchiere. Pensi che il digital divide sia un problema anagrafico? Conosci il mio lavoro di questi ultimi anni? Non me la prendo se dai un’ occhiata alla protesi vocale perenne PvP e poi magari fai un pensierino meno saccente.

    ciao

    gianluca nicoletti

    7 giugno 2009 at 8:00 PM

  4. Non so se tu sia il vero G.N. Non tanto per la reazione stizzita (ti/gli succede anche alla radio) ma per l’uso improprio di “saccente”. In genere hai/ha più proprietà e ricchezza di linguaggio. Certo che so quello che fai/fa: ho seguito la transumanza (armi, bagaglio, rituali e tic) da Radio1 a Radio24, da Golem a Melog. Non con continuità ma con una discreta periodicità; la puntata su Obama e il Web, ad esempio, l’ho ascoltata in podcast e ti ho esplicitamente citato in un mio articolo sui politici italiani e la blogosfera.
    Quanto al “dileggio”, non facciamo i candidi: si traduce spesso in una bella promozione per l’attività dileggiata. Piuttosto, hai/ha qualcosa da commentare sull’ipotesi di imborghesimento di Facebook?
    In ogni caso, stammi bene.
    PS Il digital divide è anche un fatto anagrafico (questa sì che è una precisazione saccente!)

    Marco Stancati

    7 giugno 2009 at 9:23 PM

  5. Non mi hai risposto… Sono stizzito perchè riporti distorto quello che io dico e scrivo da anni, chi mi ascolta è difficile che possa avermi attribuito strizzatine d’ occhio ai geometri del web, ma figurati…Parlare e analizzare comportamenti significa promuoverli? Ma cosa dici chi scrive di cronaca nera promuove gli assassini, su dai. Ripeto che saccente è il termine esatto di chi parla di web come se fosse una scienza esatta e di innovazione come se fosse un concetto astratto. Innova tu invece di stare alla finestra a guardare. Poi non ho capito vuoi che ti dia del lei? In un post di un blog? Posso farlo sicuramente, ma il tu non è mancanza di rispetto, come non lo è il tono acceso. Credimi non ho rancore difendo il mio pensiero riportato in maniera sbagliata.
    ps si sono io non chiedermi quelle prove ridicole tipo una mail ufficiale aziendale…

    gianluca nicoletti

    7 giugno 2009 at 11:59 PM

  6. Tranquillo, non ti chiederò alcuna altra prova: in questo secondo commento ti riconosco indubbiamente di più. Il tu va benissimo, il blog è per sua natura informale. Ho usato la seconda e terza persona insieme solo perché non sapevo se eri sceso in campo davvero o se eri stato tirato in ballo da un terzo a tua insaputa. Parlavo quindi con due interlocutori insieme: uno presente e l’altro no. Come vedi di “borghesi” (datato come termine, vero?) me ne intendo, perché appartengo alla categoria e cerco contributi sul web proprio perché sono convinto che la condizione per l’innovazione è la condivisione propositiva. Incomprensibile quindi, quasi da bambino, l’invito “innova tu!”
    E veniamo al “riportare in maniera sbagliata”. Gianluca, io NON ho riportato il tuo pensiero, ho interpretato il tuo accanimento sullo specifico fenomeno Facebook ( usando “incentivato”) e relativi rituali di molti dei tuoi ascoltatori, come di tanti altri che neanche ti conoscono, senza colpevolizzare né loro né te. Ho ironizzato insomma su un dato di fatto (l’uso prevalente di Facebook) che non puoi smentire; e, in effetti, non lo fai.
    Del resto anche tu interpreti, attribuendomi concezioni che non sono mie (davvero gratuita l’accusa di scambiare “ l’analisi” con la “promozione”; e, per quanto riguarda il web, penso in realtà che siamo ancora all’alba del “nuovo mondo”).
    Credo, senza difficoltà, alla mancanza di rancore. La passione si sente, sempre. Spero anche la mia.
    Buona notte GN, incalza un altro giorno.

    Marco Stancati

    8 giugno 2009 at 1:42 AM

  7. In principio era McLink, o comunque un provider che, a pagamento, consentiva la navigazione in internet.
    Gli internauti erano un popolo silenzioso, che navigavano per il piacere personale, presi dai loro bisogni e niente affatto desiderosi di partecipare al resto del mondo la loro passione per l’informatica (allora) avanzata.
    I risultati dell’informatizzazione sono sotto gli occhi di tutti… in quest’ottica, sono d’accordo con te, Marco, quando dici che il Web si sta imborghesendo con facebook. Mi sembra infatti che adesso il desiderio più ricorrente non sia quello di esserci, ma di apparire (altro che avere o essere di Frommiana memoria…).
    Non è stato un processo privo di avvisaglie. Le mie frequentazioni dei newsgroup, prima ancora che dei blog, mi fanno ricordare di un ambiente in cui sempre meno persone scambiano opinioni e sempre più troll rumoreggiano per il web…
    Questo da punto di vista sociale. Da punto di vista dell’organizzazione, sull’effettiva necessità impellente di dotarsi di social network ho già scritto nel commento all’articolo di Pietro.
    Ho però una riflessione da fare a proposito dell’innovazione latitante. Vivo in un’organizzazione nella quale lavorano molte persone che scrivono in questo blog, e che tu, Marco, conosci bene.
    Sai dunque perfettamente che lo scorso anno avevamo sperimentato un blog, che ha avuto scarso appeal. Forse perchè le persone ritenevano di essere valutate per ciò che scrivevano, forse per altri motivi, ma i pochi articoli comparsi sono stati commentati soltanto da alcuni di noi.
    E allora la riflessione è questa: manca l’innovazione, o forse manca la capacità di coinvolgimento delle (tante) innovazioni degli ultimi anni, che hanno sfilacciato il “gruppo” con fughe in avanti di pochi e tanta retroguardia, non arroccata, ma non ancora arrivata a certe cose?
    Come ricordi benissimo, un nostro amico comune suole dire che nelle organizzazioni “la catena è forte come il suo anello più debole”. Penso che forse dovremmo lavorare per un pò a rafforzare gli anelli deboli, prima di tirare ancora la catena verso nuove innovazioni…

    Carlo B.

    9 giugno 2009 at 2:05 PM

  8. Per consentire a chi legge di avere chiaro il quadro: l’Inail sperimentò un “Internal Corporate Blog”. Anzi per la precisione un Ceo blog, nel caso di specie il blog del direttore generale. La responsabilità del fallimento dell’iniziativa fu tutta mia che all’epoca ero Responsabile della Comunicazione. Infatti, sorpreso dalla adesione immediata del DG alla proposta, non mi presi il tempo necessario per costruire le condizioni di base perché l’iniziativa potesse dare i risultati attesi: uno scambio che arricchisse la comunità e il patrimonio di cultura comune.
    Come qualcuno maliziosamente (ma non infondatamente) disse: “non ti fai mancare proprio niente: un grande insuccesso da affiancare ai grandi successi.”
    Detto questo caro “Carlo B.” (cos’è, un’assonanza neorealista?), raccolgo le tue giuste preoccupazioni, ma attenzione: razionalizzare e rafforzare l’esistente (e gli anelli deboli) prima di procedere con l’innovazione, rischia di farti rimanere sempre al palo mentre il mondo va avanti. L’innovazione contiene in sé la capacità di coinvolgere, motivare, rafforzare. Certo possiamo sbagliare: ci sta, fa parte dei prezzi da pagare. Sempre meglio che aspettare il cambiamento, del quale non siamo noi a stabilire i tempi, senza esserne mai i protagonisti. O almeno senza averci provato.

    Marco Stancati

    10 giugno 2009 at 11:00 AM

  9. La “catena dell’innovazione” (vedi l’ultima di Carlo B.) è forte come i suoi leader… (e i risultati delle recenti elezioni europee ce lo insegnano) non tanto come i suoi anelli deboli, almeno di non intendere i “leader deboli” come anelli. Ciascuno di noi può essere leader di un’innovazione, nella misura in cui riesce a diventare punto di riferimento di un progetto ed assumersene la responsabilità. E’ questo che manca nella nostra organizzazione negli ultimi tempi (molto meno in epoche passate). Non è questione di “retroguardia” (concetto invero un po’ retrò), ma piuttosto di strategie coraggiose e coerenti che offrono alla “squadra” schemi di gioco vincenti. Il cambiamento non lo governiamo noi, ma piuttosto ci mette in gioco e può anche… metterci in scacco.

    Elvira

    10 giugno 2009 at 11:59 AM


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