Il Web 2.0 e l'innovazione nella PA

"La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato in altri progetti” (J.L.)

Trasparenza: come sostenere la “rivoluzione culturale”

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di Elvira Goglia

trasparenzaRiprendo il discorso avviato con “Cominciamo a parlare di trasparenza”. Lo faccio a partire dalle argomentazioni di Antonia d’Elia, in un post molto interessante su  essere o non essere web 2.0, questo è il dilemma! della PA.

La trasparenza è l’asset principale della rivoluzione culturale nella pubblica amministrazione, anche per le ragioni richiamate da Antonia d’Elia, con l’affermazione secondo cui “comunichiamo ciò che siamo”, figlia della  famosa asserzione “non si può non comunicare”.

Cosa comunica un’Amministrazione opaca, pigramente nascosta sotto procedure lente e misteriose, i cui esiti sono imprevedibili, sia nei tempi che nei contenuti, le cui motivazioni rimangono del tutto inspiegabili? Comunica  una indisponibilità a render conto del proprio operato alimentando una percezione negativa, in alcuni casi non corrispondente alla realtà. Diversamente, un patto di servizio chiaro, la rendicontazione puntuale del rispetto di quel patto (o del non rispetto, per motivi giustificati e quindi ostensibili), fa di un’Amministrazione un interlocutore onesto e affidabile verso i suoi utenti, verso la comunità, verso il sistema politico.

Carlo Biasco, in questo blog,  parla di “autogestione”, proponendo il caso di una richiesta/dichiarazione (polizza, nell’esempio) gestita direttamente dall’utente. E’ già questa una “rivoluzione”, in buona parte realizzata dal Fisco e da altre Amministrazioni, non ultimo da Inail. L’ulteriore importante passo avanti  in questa direzione è la cooperazione applicativa. E tuttavia, mi sembra trattarsi di quello che Antonia d’Elia definisce un “bisogno di base verso la PA”. 

La sfida dell’introduzione del web 2.0 nella PA credo parta proprio dalla consapevolezza che questi “bisogni di base”, ancorché da più parti ancora negati, siano solo il primo livello della “scala di Maslow” (sui bisogni dell’uomo-cittadino)… poca cosa in un mondo dell’economia globalizzata e dei nuovi assetti sociali, dove urgono sforzi di innovazione ben più complessi! La posta in gioco non è  solo semplificare e migliorare la qualità dei servizi pubblici, la loro accessibilità ed economicità (per questo non occorrerebbe scomodare il web 2.0), quanto affidare alla Pubblica Amministrazione, in una rinnovata concezione dell’intervento pubblico, un ruolo etico di regolazione economica e sociale, di incremento della qualità della democrazia, di redistribuzione della ricchezza e di promozione delle pari opportunità di accesso alla conoscenza, allo sviluppo economico, sociale e culturale da parte di vaste aree della popolazione.   >>>>>>>

Tutto questo è il sogno di una società migliore, direte voi, e come tale pura utopia. A me sembra invece una strada percorribile proprio a partire da noi stessi. La “rivoluzione culturale”, credo, deve avviarsi dall’interno della Pubblica Amministrazione, tanto più se è vero quanto riferito da Antonia d’Elia, sulla base di un’indagine conoscitiva realizzata da PanelPA: “i cittadini non ci pensano proprio a proporsi in modo attivo, a partecipare, a fare insomma i prosumer”.

Non vi sembra che proprio noi lavoratori del pubblico impiego, a nostra volta cittadini, dovremmo essere massimamente interessati al cambiamento? E’ vero, o no, che subiamo doppiamente gli effetti deleteri di una cattiva gestione del potere, dell’inefficienza, dell’opacità delle procedure, dell’incapacità di innovazione del sistema pubblico?

Non dimentichiamoci mai che Pubblica Amministrazione non è solo autorizzazioni, aggiornamento di archivi anagrafici, e servizi di carattere amministrativo, ma è soprattutto Sicurezza, Sanità, Scuola, fondamentali diritti costituzionali. Trasparenza non è solo quanto tempo occorre per il rilascio di un’autorizzazione e la visibilità delle ragioni per cui viene negata. Trasparenza è appalti pubblici, consulenze, scelte ministeriali sui programmi scolastici e sugli investimenti economici, statistiche sull’esito delle cure di un ospedale, stato di manutenzione degli edifici pubblici, criteri di spesa dei fondi per la ricostruzione delle zone terremotate, quanto guadagna un dirigente pubblico e soprattutto cosa ha fatto per guadagnarsi il suo stipendio… e molto altro ancora.

Trasparenza = rendicontazione (economica e sociale) = responsabilità = democrazia reale

Su tutte le “voci” dell’agire pubblico occorre che i cittadini possano conoscere, capire, intervenire. La Storia sta dimostrando come la democrazia esercitata unicamente con il voto (amministrativo o politico) non è una democrazia sana, piena, duratura e questo chiama in causa la responsabilità delle Pubbliche Amministrazioni, forse ancor prima della politica.

Perciò la mia proposta è: realizziamo la democrazia partecipativa all’interno delle nostre organizzazioni pubbliche, dando da subito ai “cittadini-lavoratori pubblici” gli strumenti tecnologici più evoluti (la Ferrari!) e impegniamo il management di quelle organizzazioni in una funzione (auto ed etero) educativa (la “scuola guida” per la Ferrari!) perché ne facciano un uso pieno, funzionale alla crescita di quelle organizzazioni che sono al servizio dei “cittadini-ingenerale”. Facciamo uno sforzo collettivo di esercizi di trasparenza, aprendo spazi di discussione, accanto a pagine web di rendicontazione (che siano found, ovviamente, e non “not found”), senza la paura di quello che potrebbero dirsi tra di loro, pubblicamente (come dice Pietro) le persone.

Anticipiamo le leggi Brunetta, provando ad andare oltre il “disposto normativo”, essendo proattivi e coraggiosi nel riformulare i nostri stili di vita organizzativa. Il Capo che non è trasparente con i suoi collaboratori, mai lo sarà con il cittadino! Raccontiamo alle persone delle nostre organizzazioni che cosa sta succedendo e perché occorre introdurre sistemi di valutazione delle performance seri, non più “a pioggia”, e offriamo loro la possibilità di implementare le proprie capacità, disegnando percorsi di sviluppo professionale realisti e veritieri, affidando loro obiettivi di prodotto/servizio precisi e misurabili, insieme a strumenti per raggiungerli. Premiamo in loro l’attitudine alla trasparenza, ossia la capacità di assumere iniziative valide a favore del cittadino utente/cliente – creative anche – e facciamoci dire da quel cittadino “fortunato” quanto è soddisfatto del servizio ricevuto, innescando il circolo virtuoso di una sistematica rilevazione della “customer satisfaction” come strumento, fra altri, di controllo di gestione e di premio per chi eccelle. Facciamo in modo che il cittadino, proprio a partire da un serio e sistematico ascolto dei suoi bisogni di servizio, delle sue aspettative, di patti mantenuti, acquisisca sempre maggiore fiducia nelle istituzioni e consapevolezza del suo potere di soggetto di diritto, non più solo massa di consumo e di suggestione mediatica.

Questa per me è la “rivoluzione culturale”.

PS:  E’ del 21 luglio un interessante articolo di Pietro Ichino  pubblicato sul Corriere della Sera sul tema della trasparenza full disclosure. Il nucleo del suo ragionamento si potrebbe sintetizzare parafrasando il famoso detto: tra il dire è il fare (trasparenza) c’è di mezzo il mare (della privacy), ovvero: come la tutela dei dati personali agisce da baluardo contro la necessità di trasparenza dell’azione pubblica.

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(Di Pietro Ichino segnalo, a corredo dell’articolo, il “Portale della trasparenza e della valutazione nelle amministrazioni pubbliche” – P.M. )

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Written by Pietro Monti

30 luglio 2009 a 7:44 PM

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