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"La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato in altri progetti” (J.L.)

La sentenza di Milano sul caso “Vividown”

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I dirigenti di Google sono stati condannati per violazione della privacy al processo a Milano per il caso “Vividown.  Google, in una nota, scrive: «Ci troviamo di fronte ad un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stato costruito Internet. La Legge Europea è stata definita appositamente per mettere gli hosting providers al riparo dalla responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza». ll video venne girato nel maggio 2006, caricato su Google Video l’8 settembre e rimosso il 7 novembre.

Le immagini che sono state riproposte nei notiziari tv per ricordare l’episodio mi hanno fatto riprovare lo stesso senso di disgusto che avevo provato quando esplose il caso qualche mese fa. Ma il ribrezzo per l’episodio non deve farci dimenticare che questa sentenza rischia di alimentare l’idea di un controllo su quanto viene pubblicato sui social network. Rischia di alimentare la confusione tra chi pensa che un social network sia come un giornale in cui l’organizzazione e le norme di riferimento siano basate su un gioco di responsabilità limitato ai pochi creatori di contenuti: i giornalisti e la gerarchia di responsabilità editoriale.

Internet ha ribaltato il concetto. Chiunque può prendere un video e metterlo in onda senza particolari permessi.
Ma ciò non toglie che se qualcuno denuncia un contenuto illecito, è l’utente singolo ad essere responsabile e giustamente perseguibile.
Non credo che in gioco ci sia la libertà di impresa dei grandi Social Net ma quella dei singoli utenti che utilizzano la rete. Sono persone che si allontanano sempre di più da un modello di consumo televisivo per avvicinarsi ad un modello partecipativo in cui non si limitano ad assistere ma “parlano”, fanno comunicazione ma soprattutto creano contenuti. Ho paura che il problema vero (senza fare allarmanti richiami ad un’idea “cinese” della rete …) sia riconducibile all’erosione lenta ma costante che i social network continuano ad causare, soprattutto per un pubblico giovane o comunque di cultura superiore, all’audience televisiva.

la politica e gli apparati giudiziari cercano i modi per ricondurre dentro l’esistente la novità di internet, che è novità umana e sociale prima che tecnologica e non ce la fa ad “entrare” in quelle norme preesistenti, come il dentifricio spremuto fuori non rientra nel tubetto” (Vittorio Zambardino)

Le persone sono libere di esprimere i propri pensieri attraverso la rete in piena responsabilità? Questo è il nodo di fondo, essere liberi e responsabili e quindi anche perseguibili quando si commettono azioni illecite. Pensare o anche solo ipotizzare che un social network possa farsi carico preventivamente di tutelare la privacy di tutti i contenuti pubblicati è ridicolo e irrealizzabile a meno di non uccidere i social network che, ricordo, non sono solo grandi multinazionali come Google, ma anche milioni di piccole realtà che arricchiscono un mondo di comunicazione e democrazia.

In queste ore, dopo la sentenza di Milano, stanno girando sulla rete le più strane metafore. Ne riporto solo alcune:

 Non ci stò ad accettare passivamente che venga condannato uno strumento universalmente LIBERO solo perchè la mamma dei cretini è sempre incinta

Le leggi esistono e sono quelle sulla responsabilità personale.
chi da un qualsiasi computer compia un atto che viola le leggi, è facilmente rintracciabile e punibile.

La carta di identità non serve ad evitare i crimini, ma a identificare con certezza chi la possiede.
è un diritto del cittadino, non un dovere o un favore alle forze di polizia.
chi vuole delinquere la butta o se la fa falsa.

La responsabilità penale è personale, l’abbonamento a Internet no. L’IP è tracciabile? Certo. Quello che il provider assegna a Mario Rossi, titolare del contratto XXX. Ma il Sig. Rossi è responsabile se io mi siedo al suo PC o uso la sua connessione web per scrivere minchiate su un blog?

Non sei mai andato da piccolo a fare scherzi telefonici a casa di amici? il contratto era di sicuro intestato ai genitori dell’amico. è la stessa cosa con internet!

L’ip è sempre tracciabile con facilità, a meno di usare tecniche anonimizzanti, ma il 95% degli utenti ne è all’oscuro.
e porta sempre a una persona fisica.

E’ come se tu litighi con la tua fidanzata e appendi le sue foto intime su tutti i pali della luce della città.
Chi è il resposabile? La società elettrica?

Se faccio una telefonata minatoria, la Telecom viene forse condannata? Ovviamente, a nessuno passa neppure dall’anticamera del cervello. E badate bene, potrei farla da una cabina telefonica, dove non potrei essere rintracciato (con buona pace del discorso sugli IP che non sono certi…).

Se mando una lettera di minacce (e non scrivo il mittente) forse i le Poste verrebbero considerati complici?

 

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Written by Pietro Monti

24 febbraio 2010 a 10:49 PM

10 Risposte

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  1. La maggior parte dei commenti si sono focalizzati sulla presunta limitazione della libertà di espressione e comunicazione che questa sentenza potrebbe innescare.
    Questo in astratto potrebbe essere possibile anche se è necessario sempre confidare nella buona fede e nel buon senso dei giudici nell’applicare la norma caso per caso, altrimenti si rischia di cadere nel pregiudizio o peggio nella dietrologia.
    Si tralascia però nella fattispecie che Google non è un singolo appassionato ne un’associazione no profit; è invece un’azienda commerciale e attraverso i contenuti postati su youtube e gli altri strumenti social produce fatturato e utili.
    Quindi è come se indirettamente “rivendesse” (non so trovare un termine migliore), proprio quei contenuti.
    E se c’è un guadagno da un’illecito, allora chi da quell’illecito guadagna è colpevole. Una sorta di ricettazione (mi perdonino i giuristi).
    E colpire un ricettatore non mi pare che limiti la libertà ne del commercio ne del libero scambio.

    Giuseppe

    25 febbraio 2010 at 12:52 PM

  2. Proprio questa mattina ho tenuto un corso a colleghi molto piu’ giovani di me. In generale anche loro vedevano solo la parte di censura e di possibile limitazione della liberta’. E’ stato molto stimolante “provocarli” con almeno due argomenti:
    – uno e’ quello della risposta di Giuseppe (due mesi per togliere un contenuto esplicitamente illecito ed immorale mi sembrano troppi….specie se ci si guadagna sopra con la pubblicita’)
    – l’altro e’ quello delle cosidette tracce digitali che perseguitano le persone per anni anche per episodi minimali (o ragazzate che tutti noi abbiamo fatto nei tempi in cui per fortuna non c’era internet).
    Alla fine della discussione erano meno intransigenti……
    Come sempre “In medio stat virtus” del saggio Orazio vissuto circa duemila anni fa

    Marco

    25 febbraio 2010 at 11:34 PM

  3. A leggere con attenzione le motivazioni dei giudici (e aspettiamo la pubblicazione della sentenza per capire ancora meglio) si capisce bene che alla base di tutto c’è “il principio secondo il quale il diritto di impresa non può prevalere su quello alla privacy.”
    E più in generale il diritto di impresa non può e non deve prevalere su alcun diritto individuale o collettivo, e questo è utile oltre chè giusto perchè delimita le condizioni oltre quali il business non deve spingersi per non prevalere sulll’uomo e sulla società.
    E mi stupirei se qualcuno volesse mettere in discussione questo principio fondamentale.
    Sono perciò convinto che il filmato fosse stato diffuso da un servizio amatoriale o cmq senza scopo di lucro, i giudici avrebbero deciso diversamente, proprio perchè non si sarebbe potuto parlare di impresa.
    La differenza è appunto tutta qui.

    Inquadrata in questo contesto, la sentenza non mi sembra scandalosa e ne tanto meno apre la strada ad una limitazione della libertà di espressione o peggio la fine della Rete.
    Tutt’altro: sancisce che la Rete, non è un luogo selvaggio ed estraneo dalla società, dove possono essere eluse le regole che valgono e ritieniamo giuste per tutta la società.

    Giuseppe

    26 febbraio 2010 at 10:40 AM

  4. Ho appena risentito la registrazione (http://www.radio24.ilsole24ore.com/radio24_audio/promo-24mattino260210.mp3 ) della trasmissione di Stefano Rodotà a Radio 24 di questa mattina. Ve la consiglio, per la sua laicità ed equilibrio. Resto dell’idea che il concetto da avere come riferimento non è il fattore “impresa”. E resto dell’idea invece che è dovere dell'”impresa” attrezzarsi per una tempestiva post redazione ma mai per una redazione preventiva. Come dice Rodotà (che torna ancora una volta sulla sua idea di “Costituzione per Internet”) ve lo immaginate uno scenario in cui verrebbe delegato a Google (e ad altri simili “mostri”) il compito di decidere preventivamente cosa è “pulito” per la rete?

    Pietro Monti

    27 febbraio 2010 at 1:04 AM

  5. Assolutamente d’accordo…….ma la post-redazione deve essere rapida e mi sembra di poter ribadire che due mesi lasciano adito a più di qualche sospetto

    Marco

    27 febbraio 2010 at 1:22 AM

  6. Anche io sono d’accordo con Pietro e Marco.
    C’è da dire che una “redazione preventiva” è di per sé una cosa impossibile su Internet. Sarebbe un collo di bottiglia mostruoso.
    Le aziende che su questo vivono (non voglio dire speculano), hanno però la possibilità di “filtrare” certi contenuti? Se si, e se in meno di due mesi, la post redazione è possibile. E’ anche possiible che questo non sia possibile. Infatti, a mio parere, Internet è non il palo della luce di qualche commento fa, ma il muro degli squatters. La colpa non è del padrone del muro, ma lo squatter va rieducato, e a mio avviso secondo logiche che prescindono dallo scontare una pena detentiva… perchè è un problema sociale il fatto che operi al di fuori del lecito (superfici imbrattate) e al di fuori delle regole civili (se i contenuti sono censurabili).

    Carlo B.

    1 marzo 2010 at 10:45 AM

  7. Mi chiedo solo come mai quando viene pubblicata qualcosa che non piace ai potenti di turno (spesso politici) resta on-line appena qualche giorno (se non qualche ora) mentre, in questo caso, parliamo di mesi! Sono sicuro che se si fosse intervenuti in tempi ragionevoli questa condanna non ci sarebbe stata. Credo che il problema sia stato quello della latitanza di Google che nonostante sapesse e condannasse il filmato abbia aspettato tanto a toglierlo dalla rete. La rete DEVE restare libera, ma la libertà di ognuno non deve limitare quella degli altri così come la si è sempre intesa anche prima dell’esistenza dei social network. Non credo che la soluzione corretta sia quella delle redazioni (pre e post). A mio avviso basterebbe, semplicemente, dar seguito, valutando opportunamente con serietà e tempestività, alle segnalazioni di abuso fatte dagli utenti stessi.

    Domenico

    1 marzo 2010 at 1:38 PM

  8. Mi inserisco nello scambio di idee perchè trovo interessante presentare un punto di vista diverso da quello fino ad ora emerso (ipotesi di censura vs controllo ex post), che riguarda i possibili impatti economici che un certo clima di “resistenza alla rete”, innegabilmente presente nella nostra classe politica, potrebbe avere sul sistema paese.
    Il tutto è ben sintetizzato in un articolo presente su un noto blog che tratta di finanza:
    http://www.banknoise.com/2010/03/quanto-costa-alleconomia-italiana-il-tentativo-di-censurare-internet.html

    Pasquale

    4 marzo 2010 at 10:57 AM

  9. L’articolo linkato da Pasquale mi sembra un po’ troppo semplicisto, al limite del sospetto, nel metodo e nella forma. Prevedere l’impatto di una sentenza su un comparto di un sistema economico complesso perchè ha raccoglie moltissime fattispecie differenti e per di più in costante cambiamento, così come fa l’articolo per l’ICT, mi sembra quanto meno opinabile. Ancora più opinabile, quando da un giudizio (personale ?) poi si offre una stima anche piuttosto precisa estrapolando dati non congruenti.
    Concludere che il 5% del PIL è in pericolo per una sentenza di una specifica fattispecie, significa colpevolmente ignorare tutte le caratteristiche del comparto ICT italiano, più volte riportate nei vari studi di settore dalle associazioni di categoria e dal CENSIS. Senza contare gli aspetti culturali e generazionali propri e unici del nostro Paese, che pesano direttamente sui consumi e sulle scelte.
    A questo si aggiungono le carenze e le inefficienze strutturali del sistema finanziario (per esempio il malcostume dei ritardati pagamenti o la scarsa diffusione della carta di credito e la diffidenza dei pagamenti on-line in genere) e di altre infrastrutture necessarie a garantire il successo dei alcuni settori (vedi trasporti per l’e-commerce).

    Quel gap del 5% di PIL è piuttosto il risultato di tutti questi (e altri) fattori.
    Anche il paventato approccio limitante del Governo e del Legislatore rispetto a Internet (e anche qui una generalizzazione fuorviante), non è il risultato di una azione lobbystica politica o economica (come per esempio la legge sull’equo compenso) quanto lo specchio della cultura e dei costumi della maggior parte degli Italiani.

    Personalmente e l’ho già scritto, non credo che nella fattispecie il giudice abbia sbagliato e non credo che, per questo, un potenziale investitore non avvierà un business nel nostro paese.
    Credo che il popolo della Rete abbia reagito in maniera emozionale a tale accadimento.
    Credo invece che dovremmo pretendere dai parlamentari che abbiamo eletto, una seria discussione e spingere per una armonizzazione almeno in sede EU e poi con gli USA (con la Cina c’è poco da discutere per ora almeno) per le regole che debbono valere su internet e non solo per la libertà di espressione ma anche per il commercio, il libero scambio e le altre attività che si possono fare tramite la Rete.

    Giuseppe

    10 marzo 2010 at 12:26 PM

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